“(…) “Uno sciopero è una ferita?”
“Sì. Gli uomini raggruppati prendono sempre qualche infezione e questa pare piuttosto seria. Voglio vedere, Mac. Voglio osservare questi gruppi perché essi mi appaiano come un nuovo individuo, non come un insieme di uomini. Un uomo in gruppo non è più se stesso; è la cellula di un organismo, che non è lui come le cellule dell’organismo non sono voi. Voglio osservare il gruppo e vedere che cos’è. Alcuni han detto “le folle sono pazze, non sanno quello che vogliono”. Ma perché non si guardano le folle in quanto folle e non come uomini? Le folle in quanto tali sembrano agire abbastanza ragionevolmente.”
“E tutto ciò che ha da fare con la causa?”
“Forse è così, Mac. Quando il capo-gruppo vuol far muovere i suoi egli fabbrica un’insegna: “Dio vuole che riconquistiamo la Terra Santa”; oppure “lottiamo perché la democrazia salvi il mondo”; o anche “bandiamo l’ingiustizia sociale per mezzo del comunismo”. In realtà al gruppo importa poco la Terra Santa o la Democrazia o il Comunismo. Forse il gruppo vuol muoversi, combattere, e usa queste parole soltanto per far fiducia ai cervelli individuali degli uomini. Dico che potrebbe essere così, Mac.”
“Ma la causa è un’altra cosa,” gridò Mac.
“Forse, ma questo è il mio modo di vedere.”
Mac disse: “Il vostro guaio, dottore, è che voi siete troppo a sinistra per essere socialista.” (…)”
(John Steinbeck – La battaglia)
Nota:
John Steinbeck pubblicò “La battaglia” nel 1936. La crisi del ’29 aveva messo al tappeto l’economia americana: i disoccupati erano un quarto dei lavoratori di tutta la nazione e l’industria marciava al 40% della propria produzione. Roolsvet lanciava il New Deal nel disperato tentativo di rimettere in moto il sistema. Il capitalismo mostrava evidenti segni di cedimento e l’eco lontana del comunismo giungeva dall’Europa con la freschezza insidiosa di un’utopia perfetta. Intanto, gli scioperi venivano repressi nel sangue, ogni protesta diveniva reato e le idee dei “rossi” apparivano come minacce ad un ordine sociale nel quale, un tempo, tutti avevano creduto. Disperazione e miseria lasciavano spazio ai sentimenti più biechi, l’istinto di sopravvivenza rendeva gli uomini nemici… eppure, a volte, inaspettatamente li univa, generando folle che agivano come organismi unici. In questo clima acido e primitivo, gonfio di passioni selvagge e ancestrali, si ambientano molti dei capolavori del grande narratore americano, considerato, a pieno diritto, il cantore di un’epoca, lo scrittore della grande depressione. Ma nella mente degli intellettuali nessuna idea può essere assoluta e diviene impossibile sfuggire il conflitto con se stessi, l’atto spontaneo di autocritica che trasforma l’istruzione in cultura. Leggere Steinbeck vuol dire venir proiettati in un mondo vicinissimo a quello naturale, in cui si riscopre, giocoforza, il significato di riti semplici come nutrirsi, respirare, dormire, e dove si agitano personaggi indimenticabili, eroi omerici frutto d’una inaspettata dimensione del mito. L’umiltà sfida l’infinito, attecchisce con vigore, si erge a valore assoluto, ad oggetto di culto. L’impossibilità della vittoria sublima ogni gesto, regala alla disperazione una maschera di immortalità. Allora vale davvero la pena di morire per le proprie idee e sacrificare ad esse la vita. L’arte mostra una sfaccettatura insospettabile, è palcoscenico di confronto sociale, monito per le future generazioni, rappresentazione esemplare dei ricorsi più biechi della storia.
In un momento in cui la crisi economica pare tornare ad investire il nostro mondo, John Steinbeck è un autore imprescindibile, più che mai attuale. La sua lezione parla di semplicità, altruismo, rispetto ed amicizia, esalta i valori sempre verdi della famiglia americana, custoditi con il coraggio dell’umiltà più assoluta attorno ad un focolare sperduto, nella selvaggia prateria californiana. E’ in questa semplicità che si nasconde la vera pienezza, che si svela in tutta la sua disarmante perfezione l’atto di coraggio più alto di cui la nostra specie è capace: la solidarietà.








