
Sciogli i tuoi petali rossi, docile figlio di Ipno,
e occulta con esili braccia
le rughe che segnano i giorni.
Perdimi in un tempo lontano,
molle come il tocco del vento,
ovattato di nebbia perenne,
ove il respiro profuma di languido incenso,
e la cetra di Orfeo
munse note di fumo.
Conducimi presso l’altro me stesso,
spirito della mia ombra,
dotto nelle cose dei morti.
Io, corruttore del dubbio,
mercante di labili abissi,
con insolenza pago il tuo prezzo
in cambio d’un pugno di giorni,
e sacrifico respiri di vecchio
a stille dorate di scienza.
Ceda, dunque, il mistero,
come fiera, vergine schiava
al cospetto dell’impavido eroe.
Possente guardiano del sonno
fuggi tra le braccia del padre,
e lascia ch’io serbi il segreto
strappato ai feudi di Ade,
ove lo Stige inquieta lo sguardo
e la vita ne beve le acque.








