“(...) l’autore, quando lancia i suoi fogli al vento, non pensa mai ai molti che getteranno il suo libro in disparte e disdegneranno persino di aprirlo, sì ai pochi che potranno capirlo come lo capirebbero i suoi compagni di scuole e di vita. E difatto qualche scrittore va tanto oltre questa via che, si abbandona a confidenze di carattere così intimo e geloso, quali potrebbero essere fatte soltanto al lettore di cui egli si fosse assicurata una compiuta simpatia di mente e di cuore: come se il libro lanciato per il mondo dovesse trovare senz’altro l’anima gemella di chi lo scrisse e compiere il suo ciclo di vita con la perfetta comunione di questa con l’anima dello scrittore”
(Nathaniel Hawthorne – La lettera scarlatta)
Nota:
Il rapporto conflittuale che lega scrittore e lettore è alla base di questo passo di Hawthorne. Chi scrive vuole essere letto. Anche quelli che lo ammettono poco non possono negare come, alla fine, sotto il velo d’ipocrisia di teorie più o meno puriste, si nasconda nel loro animo di comunicatori, sempre e imprescindibilmente, un sentimento di condivisione. Allora, oltre che per noi stessi (principali interlucutori dell’Io narratore di cui è impossibile non udire la voce), per chi scriviamo? Lo facciamo per tutti, è ovvio, anche per quelli che non ci apprezzeranno, amici e nemici: è una gogna la scrittura, un esporsi al pubblico senza veli, con il candore della semplicità inquietante che lega creatore e creatura. Eppure, siamo umani e la critica, non solo stimola, a volte ferisce. La reazione di fronte ad un giudizio negativo o eccessivamente severo è quella di una madre che veda sminuito il proprio figlio: di dolore e, a volte, di rabbia. Diviene persino necessario, allora, aggrapparsi a coloro che capiscono e, non solo apprezzano, ma considerano la nostra opera vicina, come farebbero parenti più o meno lontani del bimbo di carta di cui siamo genitori. Chiunque imbracci una penna, non si limita a raccontare una storia ma a narrare la propria: lo fa tra le righe, nascondendosi, camuffandosi, preparando tranelli che depistino il lettore più curioso. Il libro finisce spesso per essere un misero pretesto per parlare di sé. Non avviene così anche nell’universo, del resto? La scintilla di divino che ci portiamo dentro non è altro che l’essenza di Colui che ha scritto le pagine in cui si narra la nostra esistenza di uomini. Siamo poco più che il romanzo di Dio, la sua biografia vestita di un misero e cencioso quotidiano.








