“Non era bene pensare, non era bene nemmeno provare dei sentimenti. Lucy rinunciò a capire se stessa e si unì al grande esercito degli ottenebrati, che non seguono nè il cuore nè il cervello, e marciano verso il loro destino sotto le insegne del luogo comune. Quell’esercito pullula di anime buone e pie. Ma si sono arrese all’unico nemico che conti, il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e si affannano veramente contro la virtù. Col passare degli anni diventano oggetto di critica, la loro bontà, la loro pietà, mostrano le crepe, la loro arguzia diventa cinismo, il loro altruismo ipocrisia; dovunque vadano provano e producono malessere. Hanno peccato contro Eros e Pallade Atena, e sarà il normale corso della natura, non l’intervento di una divinità celeste, a vendicare quelle divinità alleate.”
(Edward Morgan Forster – Camera con vista)
Nota:
Ho scelto questo estratto dell’opera citata perchè penso esprima con semplicità ed esattezza un comportamento, lo dico senza qualunquismo, che ho rilevato spesso. Al di là del significato delle parole, vorrei aggiungere al racconto del libro una nota personale, che è in fondo una piccola storia e conferisce, nella mia mente, un valore aggiunto al significato del romanzo e alle emozioni che ne ho ricavato. Quest’estate sono stato a Cambridge per un viaggio studio, ed è stata la mia padrona di casa, una deliziosa signora decisamente molto inglese, a consigliarmi tale lettura. J. mi parlò di “Camera con vista” a proposito del suo passato, cercando di svelare il proprio dolore in una di quelle conversazioni fiume a base di letteratura ed esperienza che, per una sorta di incomprensibile empatia, ci ritrovammo ad affrontare. Lo fece con rigore e chiarezza, offrendo un’immagine schietta ed immediata con tutto il candore che è possibile rivolgere ad uno sconosciuto. Capimmo che potevamo raccontarci entrambi e lo facemmo con semplicità, come se fossimo stati amici da sempre. J. mi spiegò che aveva alle spalle un matrimonio fallito e imputò la scelta sbagliata al proprio bisogno di fuga, causato, lo disse col viso increspato da un risentimento che il tempo non era ancora riuscito a spegnere, dal conflittuale rapporto con la madre. “Lei era terribilmente Elisabettiana”, disse, “calata in un tempo che stava morendo”. Quando le chiesi qualche delucidazione, J. rispose così: “Hai mai letto camera con vista?”, ed ecco come sono arrivato al libro. Non scenderò nei dettagli del racconto, perchè qui vorrei semplicemente osservare come le storie di vita si sposino sovente con quelle di carta e conferiscano a queste ultime una poesia intensa e personale. Tale regola, del tutto generale, trova forse nella musica l’esempio per antonomasia: chi non ha associato delle note ad un momento bello o brutto legandole inscindibilmente ad esso? E’ un’altra delle mille sfaccettature dell’arte che, figlia dell’esperienza, si sposa con essa in una sorta di matrimonio incestuoso e casuale, come avviene per quegli amori fugaci che incrociano il nostro cammino e ci lasciamo alle spalle con una punta di amarezza. Così, le emozioni si rinnovano e il ritratto di un’sentimento narrato diviene il soggetto di uno futuro. Come non stupirsi dell’ennesimo miracolo del pensiero?








