

(Antonio Canova, Milano: 23 febbraio - 2 giugno 2008)


(Antonio Canova, Milano: 23 febbraio - 2 giugno 2008)
" (…), fin dove giungeva il mio sguardo, migliaia e migliaia di cadaveri coprivano la terra. Non sarebbero stati che carne marcia, quei morti, se non vi fosse stato tra loro qualcuno che si era sacrificato per gli altri, per salvare il mondo, perché tutti coloro, innocenti e colpevoli, vincitori e vinti, ch'eran sopravvissuti a quei giorni di lacrime e di sangue, non dovessero vergognarsi d'essere uomini. V'era certo il cadavere di qualche Cristo, fra quelle migliaia e migliaia d'uomini morti. Che cosa sarebbe avvenuto del mondo, di noi tutti, se fra tanti morti non vi fosse stato un Cristo?"
(Curzio Malaparte - La pelle)
Nota:
"La pelle" è un libro intenso, originale e complesso; l'ennesima testimonianza di quell'esperienza tragica che ha segnato la vita di milioni di persone ed è stata raccontata con ostinazione, originalità e solerzia da migliaia di scrittori: la seconda guerra mondiale. All'indomani della liberazione, l'Italia è un paese dilaniato, poco più che un gigantesco campo di battaglia gonfio di morti. Curzio Malaparte vuole essere cronista inflessibile e attento di questa realtà malata, che puzza di odio e violenza, intrisa d'inerzia fratricida; narratore amante del grottesco, delle immagini forti, troppo stanco della morte per non cedere alla tentazione della vita, egli ambienta, quasi interamente, il proprio romanzo in una Napoli invasa dagli Alleati. Miseria e disperazione lasciano emergere biechi istitinti primordiali, li pervertono con le ragioni dell'intelligenza. L'autore non nasconde mai la propria sofferenza, trovando il coraggio di mostrare commozione e vergogna anche dinnanzi alle scene più atroci. Eppure, non un solo dettaglio deve essere taciuto perchè la Storia chiede di essere raccontata in tutta la sua crudele essenzialità, senza né sconti né omissioni. Il timido filo conduttore dei fatti è il dolore umano, quel gigantesco mistero calato sul mondo come un sipario alla fine della creazione. Fame, povertà, paura lasciano emergere le oscure nefandezze che albergano nel cuore. Pedofilia, prostituzione, perversioni e violenze urlano imperativi cui non è possibile sottrarsi, punto di partenza ineludibile nella tormentata corsa ad ostacoli della vita. Certo, sarebbe più facile fare un passo indietro e volgere lo sguardo altrove. Sarebbe facile e allettante… ma anche assolutamente stupido. Non affrontare ciò che ci portiamo dentro è il presupposto per diventarne schiavi. Malaparte lo sa e non si lascia intimidire: se un unico uomo fosse in grado di morire per qualcuno, tutte le atrocità degli altri scomparirebbero dinnanzi alla grandezza di quel gesto; nell'ecatombe che è la guerra, si intuisce, allora, una timida, solida certezza: che questo Cristo esiste, solitario e freddo, abbandonato chissà dove, con indosso la propria dose di aristocratico dolore, unica speranza per redimere il male del mondo.
“(…) “Uno sciopero è una ferita?”
“Sì. Gli uomini raggruppati prendono sempre qualche infezione e questa pare piuttosto seria. Voglio vedere, Mac. Voglio osservare questi gruppi perché essi mi appaiano come un nuovo individuo, non come un insieme di uomini. Un uomo in gruppo non è più se stesso; è la cellula di un organismo, che non è lui come le cellule dell’organismo non sono voi. Voglio osservare il gruppo e vedere che cos’è. Alcuni han detto “le folle sono pazze, non sanno quello che vogliono”. Ma perché non si guardano le folle in quanto folle e non come uomini? Le folle in quanto tali sembrano agire abbastanza ragionevolmente.”
“E tutto ciò che ha da fare con la causa?”
“Forse è così, Mac. Quando il capo-gruppo vuol far muovere i suoi egli fabbrica un’insegna: “Dio vuole che riconquistiamo la Terra Santa”; oppure “lottiamo perché la democrazia salvi il mondo”; o anche “bandiamo l’ingiustizia sociale per mezzo del comunismo”. In realtà al gruppo importa poco la Terra Santa o la Democrazia o il Comunismo. Forse il gruppo vuol muoversi, combattere, e usa queste parole soltanto per far fiducia ai cervelli individuali degli uomini. Dico che potrebbe essere così, Mac.”
“Ma la causa è un’altra cosa,” gridò Mac.
“Forse, ma questo è il mio modo di vedere.”
Mac disse: “Il vostro guaio, dottore, è che voi siete troppo a sinistra per essere socialista.” (…)”
(John Steinbeck – La battaglia)
Nota:
John Steinbeck pubblicò “La battaglia” nel 1936. La crisi del ’29 aveva messo al tappeto l’economia americana: i disoccupati erano un quarto dei lavoratori di tutta la nazione e l’industria marciava al 40% della propria produzione. Roolsvet lanciava il New Deal nel disperato tentativo di rimettere in moto il sistema. Il capitalismo mostrava evidenti segni di cedimento e l’eco lontana del comunismo giungeva dall’Europa con la freschezza insidiosa di un’utopia perfetta. Intanto, gli scioperi venivano repressi nel sangue, ogni protesta diveniva reato e le idee dei “rossi” apparivano come minacce ad un ordine sociale nel quale, un tempo, tutti avevano creduto. Disperazione e miseria lasciavano spazio ai sentimenti più biechi, l’istinto di sopravvivenza rendeva gli uomini nemici… eppure, a volte, inaspettatamente li univa, generando folle che agivano come organismi unici. In questo clima acido e primitivo, gonfio di passioni selvagge e ancestrali, si ambientano molti dei capolavori del grande narratore americano, considerato, a pieno diritto, il cantore di un’epoca, lo scrittore della grande depressione. Ma nella mente degli intellettuali nessuna idea può essere assoluta e diviene impossibile sfuggire il conflitto con se stessi, l’atto spontaneo di autocritica che trasforma l’istruzione in cultura. Leggere Steinbeck vuol dire venir proiettati in un mondo vicinissimo a quello naturale, in cui si riscopre, giocoforza, il significato di riti semplici come nutrirsi, respirare, dormire, e dove si agitano personaggi indimenticabili, eroi omerici frutto d’una inaspettata dimensione del mito. L’umiltà sfida l’infinito, attecchisce con vigore, si erge a valore assoluto, ad oggetto di culto. L’impossibilità della vittoria sublima ogni gesto, regala alla disperazione una maschera di immortalità. Allora vale davvero la pena di morire per le proprie idee e sacrificare ad esse la vita. L’arte mostra una sfaccettatura insospettabile, è palcoscenico di confronto sociale, monito per le future generazioni, rappresentazione esemplare dei ricorsi più biechi della storia.
In un momento in cui la crisi economica pare tornare ad investire il nostro mondo, John Steinbeck è un autore imprescindibile, più che mai attuale. La sua lezione parla di semplicità, altruismo, rispetto ed amicizia, esalta i valori sempre verdi della famiglia americana, custoditi con il coraggio dell’umiltà più assoluta attorno ad un focolare sperduto, nella selvaggia prateria californiana. E’ in questa semplicità che si nasconde la vera pienezza, che si svela in tutta la sua disarmante perfezione l’atto di coraggio più alto di cui la nostra specie è capace: la solidarietà.
Cara M,
“Eh, signori, un romanzo è uno specchio che passa per una strada maestra. Ora riflette nei vostri occhi l'azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani. E voi accusate di essere immorale l’uomo che porta lo specchio nella gerla! Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada, e più ancora l'ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.”
“ (…) insistette il Selvaggio “è naturale credere in Dio quando si è soli, completamente soli di notte, e si pensa alla morte…”
“ (...) “Quanti ne hai uccisi?” domandò a se stesso. “Non lo so. Credi di avere il diritto di uccidere chiunque? No. Ma sono costretto a farlo. Quanti di quelli che hai uccisi erano veri fascisti? Pochissimi. Ma sono tutti il nemico, alle forze del quale opponiamo le nostre forze. (...) Non lo sai che è male uccidere? Sì. Ma lo fai ugualmente. Sì. E sei sempre assolutamente convinto che la tua causa sia giusta? Sì. E’ giusta”, egli disse a se stesso senza riuscire a rassicurarsi, ma con orgoglio. “Io credo nel popolo e nel suo diritto di governarsi come crede. Ma non devi credere nel diritto di uccidere. Devi uccidere per necessità, ma non devi crederci. Se ci credi allora tutto è sbagliato. (...) io non voglio contare la gente che ho ammazzata come trofei di caccia o di una faccenda disgustosa come le tacche su un calcio di fucile. Ho il diritto di non contarli e ho il diritto di dimenticarli. No” disse a se stesso. “Tu non hai il diritto di dimenticare nulla. Non hai il diritto di dimenticare nessuna cosa o di diminuirla o di alterarla.””
“- [Erminia] Per questo mondo moderno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più. Chi vuol vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria... (...) Speriamo che le altre epoche siano state migliori e altre diventino migliori in avvenire, più ricche, più larghe, più profonde. Ma a noi serve poco. E forse è sempre stato così...
"Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altre specie in leggi da me stabilite. Ma tu, che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio, al quale ti affidai, ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine..."