lunedì, 28 aprile 2008

Antonio_Canova_Danzatrice_con_le_mani_sui_fianchi

 

Antonio_Canova_Maddalena_penitente

(Antonio Canova, Milano: 23 febbraio - 2 giugno 2008)

 

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lunedì, 14 aprile 2008

Malaparte" (…), fin dove giungeva il mio sguardo, migliaia e migliaia di cadaveri coprivano la terra. Non sarebbero stati che carne marcia, quei morti, se non vi fosse stato tra loro qualcuno che si era sacrificato per gli altri, per salvare il mondo, perché tutti coloro, innocenti e colpevoli, vincitori e vinti, ch'eran sopravvissuti a quei giorni di lacrime e di sangue, non dovessero vergognarsi d'essere uomini. V'era certo il cadavere di qualche Cristo, fra quelle migliaia e migliaia d'uomini morti. Che cosa sarebbe avvenuto del mondo, di noi tutti, se fra tanti morti non vi fosse stato un Cristo?"

(Curzio Malaparte - La pelle)

Nota:
"La pelle" è un libro intenso, originale e complesso; l'ennesima testimonianza di quell'esperienza tragica che ha segnato la vita di milioni di persone ed è stata raccontata con ostinazione, originalità e solerzia da migliaia di scrittori: la seconda guerra mondiale. All'indomani della liberazione, l'Italia è un paese dilaniato, poco più che un gigantesco campo di battaglia gonfio di morti. Curzio Malaparte vuole essere cronista inflessibile e attento di questa realtà malata, che puzza di odio e violenza, intrisa d'inerzia fratricida; narratore amante del grottesco, delle immagini forti, troppo stanco della morte per non cedere alla tentazione della vita, egli ambienta, quasi interamente,  il proprio romanzo in una Napoli invasa dagli Alleati. Miseria e disperazione lasciano emergere biechi istitinti primordiali, li pervertono con le ragioni dell'intelligenza. L'autore non nasconde mai la propria sofferenza, trovando il coraggio di mostrare commozione e vergogna anche dinnanzi alle scene più atroci. Eppure, non un solo dettaglio deve essere taciuto perchè la Storia chiede di essere raccontata in tutta la sua crudele essenzialità, senza né sconti né omissioni. Il timido filo conduttore dei fatti è il dolore umano, quel gigantesco mistero calato sul mondo come un sipario alla fine della creazione. Fame, povertà, paura lasciano emergere le oscure nefandezze che albergano nel cuore. Pedofilia, prostituzione, perversioni e violenze urlano imperativi cui non è possibile sottrarsi, punto di partenza ineludibile nella tormentata corsa ad ostacoli della vita. Certo, sarebbe più facile fare un passo indietro e volgere lo sguardo altrove. Sarebbe facile e allettante… ma anche assolutamente stupido. Non affrontare ciò che ci portiamo dentro è il presupposto per diventarne schiavi. Malaparte lo sa e non si lascia intimidire: se un unico uomo fosse in grado di morire per qualcuno, tutte le atrocità degli altri scomparirebbero dinnanzi alla grandezza di quel gesto; nell'ecatombe che è la guerra, si intuisce, allora, una timida, solida certezza: che questo Cristo esiste, solitario e freddo, abbandonato chissà dove, con indosso la propria dose di aristocratico dolore, unica speranza per redimere il male del mondo.

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domenica, 16 marzo 2008

Steinbeck“(…) “Uno sciopero è una ferita?”
“Sì. Gli uomini raggruppati prendono sempre qualche infezione e questa pare piuttosto seria. Voglio vedere, Mac. Voglio osservare questi gruppi perché essi mi appaiano come un nuovo individuo, non come un insieme di uomini. Un uomo in gruppo non è più se stesso; è la cellula di un organismo, che non è lui come le cellule dell’organismo non sono voi. Voglio osservare il gruppo e vedere che cos’è. Alcuni han detto “le folle sono pazze, non sanno quello che vogliono”. Ma perché non si guardano le folle in quanto folle e non come uomini? Le folle in quanto tali sembrano agire abbastanza ragionevolmente.”
“E tutto ciò che ha da fare con la causa?”
“Forse è così, Mac. Quando il capo-gruppo vuol far muovere i suoi egli fabbrica un’insegna: “Dio vuole che riconquistiamo la Terra Santa”; oppure “lottiamo perché la democrazia salvi il mondo”; o anche “bandiamo l’ingiustizia sociale per mezzo del comunismo”. In realtà al gruppo importa poco la Terra Santa o la Democrazia o il Comunismo. Forse il gruppo vuol muoversi, combattere, e usa queste parole soltanto per far fiducia ai cervelli individuali degli uomini. Dico che potrebbe essere così, Mac.”
“Ma la causa è un’altra cosa,” gridò Mac.
“Forse, ma questo è il mio modo di vedere.”
Mac disse: “Il vostro guaio, dottore, è che voi siete troppo a sinistra per essere socialista.” (…)”

(John Steinbeck – La battaglia)

Nota:
John Steinbeck pubblicò “La battaglia” nel 1936. La crisi del ’29 aveva messo al tappeto l’economia americana: i disoccupati erano un quarto dei lavoratori di tutta la nazione e l’industria marciava al 40% della propria produzione. Roolsvet lanciava il New Deal nel disperato tentativo di rimettere in moto il sistema. Il capitalismo mostrava evidenti segni di cedimento e l’eco lontana del comunismo giungeva dall’Europa con la freschezza insidiosa di un’utopia perfetta. Intanto, gli scioperi venivano repressi nel sangue, ogni protesta diveniva reato e le idee dei “rossi” apparivano come minacce ad un ordine sociale nel quale, un tempo, tutti avevano creduto. Disperazione e miseria lasciavano spazio ai sentimenti più biechi, l’istinto di sopravvivenza rendeva gli uomini nemici… eppure, a volte, inaspettatamente li univa, generando folle che agivano come organismi unici. In questo clima acido e primitivo, gonfio di passioni selvagge e ancestrali, si ambientano molti dei capolavori del grande narratore americano, considerato, a pieno diritto, il cantore di un’epoca, lo scrittore della grande depressione. Ma nella mente degli intellettuali nessuna idea può essere assoluta e diviene impossibile sfuggire il conflitto con se stessi, l’atto spontaneo di autocritica che trasforma l’istruzione in cultura. Leggere Steinbeck  vuol dire venir proiettati in un mondo vicinissimo a quello naturale, in cui si riscopre, giocoforza, il significato di riti semplici come nutrirsi, respirare, dormire, e dove si agitano personaggi indimenticabili, eroi omerici frutto d’una inaspettata dimensione del mito. L’umiltà sfida l’infinito, attecchisce con vigore, si erge a valore assoluto, ad oggetto di culto. L’impossibilità della vittoria sublima ogni gesto, regala alla disperazione una maschera di immortalità. Allora vale davvero la pena di morire per le proprie idee e sacrificare ad esse la vita. L’arte mostra una sfaccettatura insospettabile, è palcoscenico di confronto sociale, monito per le future generazioni, rappresentazione esemplare dei ricorsi più biechi della storia.
In un momento in cui la crisi economica pare tornare ad investire il nostro mondo, John Steinbeck è un autore imprescindibile, più che mai attuale. La sua lezione parla di semplicità, altruismo, rispetto ed amicizia, esalta i valori sempre verdi della famiglia americana, custoditi con il coraggio dell’umiltà più assoluta attorno ad un focolare sperduto, nella selvaggia prateria californiana. E’ in questa semplicità che si nasconde la vera pienezza, che si svela in tutta la sua disarmante perfezione l’atto di coraggio più alto di cui la nostra specie è capace: la solidarietà.

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venerdì, 15 febbraio 2008
monrealecristopanCara M,
passare la vita a costruire teorie morali è un gioco poco edificante. Gli esercizi della mente sono sicuramente allettanti ma circuiscono la coscienza al pari delle droghe. Impariamo lezioni fondamentali dallo studio dei ricordi, rivivendo le esperienze in differita sino a sezionarle con ostinazione. Putroppo, la memoria, al pari di tutte le virtù umane, possiede una natura amorfa. Attraverso rievocazioni fluttuanti, l’Io modella la materia di cui spera indagare la forma, come certe sonde che inficiano i risultati delle misure per le quali sono costruite. Sarebbe utile spogliare il pensiero da ogni condizionamento e incidere la tabula rasa dello spirito con lo stilo disincantato dell’intelligenza pura. Ma ciò non è concesso.
Quando si ragiona è utile avere un interlocutore diverso da se stessi, perchè spiegare i propri pensieri aiuta a visualizzarli dall’esterno e scoprirne i difetti. Farlo per iscritto, poi, è un modo di fissarli in disegni meglio definiti, di ancorarli a qualcosa di stabile, di evitare che sfuggano lungo traiettorie misteriose e imprevedibili. Non so se smetterò mai di rivoltare i miei ricordi, di osservarli con la cura morbosa del filatelico, di infilarli come perle nel filo sottile della vita. Amo la loro poesia naturale, quel processo spontaneo che lascia assurgere al passato una dimensione incantata e armoniosa. Svestire i fatti da coinvolgimenti emotivi li eleva a più alta bellezza, sino a farli diventare storie.
Trovo pericoloso essere cristiani senza Dio. Ho sempre pensato la fede come un dono, un bene elargito con naturalezza a pochi fortunati. Chiedere qualcosa per la quale non siamo destinati o preparati è, forse, un sacrilegio maggiore che rinnegare l’esistenza della luce di cui tale mancanza ci priva. Ma quando in questa dicotomia ci si trova invischiati e se ne riconosce la pericolosità, non resta altro da fare che armarsi di piccone e radere al suolo ogni certezza. La parola “prossimo” è chiave di volta nel messaggio cristiano e il rapporto “Dio-prossimo” definisce una perfetta identità. Un fedele dovrebbe rivolgersi al proprio carnefice adorandolo, amandolo per il male che opera, rispondendo ad esso con il suo opposto. Abbracciare il terrorista, l’assassino, il violento e dire “ti perdono fratello e ti amo”. Ma tutto questo non è umano. Dopo la seconda guerra mondiale nessuno ha avuto pietà dei nazisti, eppure i cristiani avrebbero dovuto. Nietzsche disse di Cristo che fu l’unico vero cristiano della storia e che, se avesse superato i trentacinque anni, anche lui avrebbe smesso di esserlo. Non esiste l’altruismo assoluto. Sfido chiunque ad impedirsi di covare propositi personali. Il bene puro, come il male puro sono invenzioni della mente, qualcosa che vive nel limbo impalpabile della speculazione. Ho provato ad amare senza chiedere. In questo, cara amica, siamo davvero diversi. Da esperienze simili abbiamo dedotto ragioni e regole di vita opposte. Penso l’amore sia uno. Mi si obietterà che quello rivolto a Dio, o agli altri, è un concetto incorporeo, non assimilabile alla passione, di una natura diversa. Rispondo semplicemente: considero il rapporto di coppia corollario dell’amore universale, sentimento in cui la passione si innesta, piuttosto che trovare in essa giustificazione. In tante occasioni ho concluso non essere l’amore a deludere ma la persona. Solo adesso comprendo la pericolosità di questa frase. E’ come dire: sono i giudici a sbagliare, non le leggi. Concetti infetti. Imporre condizioni al sentimento significa lasciarlo svanire. L’iperuranio esiste solo nella mente dei filosofi. La realtà, al contrario, ha un ché di inoppugnabile, è prova irrefutabile delle miserie umane. Nulla è plausibile al di fuori degli atti, oltre il mescolarsi frenetico di azioni più o meno precise che interagiscono come ruote dentate in ingranaggi oscuri. Così mille intenzioni cadono in polvere dinnanzi ad orecchie sorde o labbra mute, che rifiutano di pronunciare il nostro nome. Amore è azione, non pensiero, nè, tanto meno parola. Non servono grandi sermoni. Semmai, grandi gesti.
Nei discorsi di coloro che disprezzano il nostro affetto siamo sempre eccezioni: una scusa stupida, fatta per mascherare il loro egoismo, una scusa che diviene aggravante nel processo in cui saremo condannati. Costituire l’unica asimmetria nella vita della gente, il solo sasso su cui è inciampato uno spirito morale, trovo sia più doloroso che divenire vittime di un indiscriminato carnefice. Vedere sfilare tante esistenze rette che incespicano sul nostro amore e lo disprezzano “senza volerlo”, giustificandosi in nome di un “bene che non capiamo”, fa sentire estranei ad una simmetria, forse inesistente, ma sottintesa con cattiveria. Gli invidiosi scorgono nelle cose degli altri una perfezione inquietante ed estranea, così la percezione della singolarità di cui siamo esempio acuisce la sofferenza, ci fa sentire fuori da un universo edulcorato, probabilmente mero frutto della mente. Siamo minoranza e ce ne danniamo: setta segreta prigioniera di maledizioni oscure, scagliate da bugiardi nel cuore del tempo. Eppure, almeno una volta nella vita, è probabile ritrovarsi ad interpretare il ruolo opposto. Nel frattempo, ci viene chiesto di soffrire con dignità. Disperati, fuggiamo tra le braccia di Cristo. Troviamo nella sua parola un balsamo con cui detergere le ferite. Laviamo via un po’ di sangue rappreso e studiamo la forma nascosta delle piaghe che qualcuno ha procurato. Non riusciamo a credere sia accaduto veramente. Rifiutiamo di accettare la realtà: chi ci ama ha fatto questo “per noi”, tale è il suono della sua verità. Ma, in fondo, non è poi così importante, l’unica versione che ci sta davvero a cuore è la nostra. Siamo l’unico super testimone nel processo che ci riguarda. Abbiamo tante colpe. Pretendiamo di sapere cosa sia giusto per gli altri, ci infervoriamo aiutandoli come sappiamo, come vorremmo facessero con noi. Di norma riceviamo lo stesso trattamento da parte della sparuta minoranza di coloro i quali si definiscono “sensibili”. Non stiamo ad analizzare un comportamento che è anche nostro, preferiamo trastullarci nel dolore, negli effetti collaterali di una condotta pericolosa. Cristo ci guarda e sanguina. Ricompare misteriosamente nelle nostre vite, pronto a reggere come una croce quella pena che ha deciso spettargli in quanto Dio in terra. Lo adoriamo commossi e davvero crediamo in lui, nelle tante promesse annunciate sopra una montagna in cui il tempo s’è fermato. Ascoltiamo le beatitudini e, piangendo, commiseriamo noi stessi. Non è la “salvezza” a darci sollievo, se ne fossimo convinti accetteremmo tutto con coraggio, piuttosto la sovrannaturale capacità di condivisione con cui questo uomo morto si carica di un peso non suo: qualcuno geme abbracciandoci, probabilmente è l’unico a farlo. Gliene siamo grati: egli diventa Dio.
Soffriamo. Offriamo espressioni tenerissime del dolore. Cerchiamo la pena negli occhi del carnefice, ci spaventa il suo egoismo spietato. Non siamo Cristo, non riusciamo a perdonare tutto. L’ira monta sul golgota dell’Io sconfitto ed emozioni di carne pulsano nella notte dell’anima. La verità della pena nasconde una menzogna più grande, quel comportamento goffo con cui dissimuliamo il dolore tradisce l’elenganza di uno spirito inguaribilmente umano. Dilaniarci l’anima è la nostra vera vocazione.
“Ti meriti di meglio” dicono gli altri, pronti a vendere l’unguento di un ciarlatano. Questo meglio non sono certo loro: non è nessuno. E, nell’attesa, ciò che resta è niente, una nuvola d’aria nella quale non è neppure possibile sbattere la testa. Rispondo a tali esempi di operosa generosità verbale che preferisco il silenzio all’ipocrisia: la sua aristocrazia mi ferisce meno. Considero l’assenza di suoni, tutto sommato, poco offensiva. Detesto promesse non intenzionate a tradursi in atti. La lezione più importante dell’espereinza è fondare i pensieri sulle azioni, misurarli attraverso esse.
Mi rendo conto che tali considerazioni possano apparire sterili e nascondere le elucubrazioni di una mente non troppo lucida. Eppure, ogni dolore riconduce inevitabilmente alla ragione passando per una via insensata chiamata speranza. Disilludersi vuol dire distruggere le favole dell’infanzia. Il crepuscolo dei miti è parte di un processo generalizzato con il quale l’Io si priva di ogni appiglio nell’immane tentativo di ritrovarsi.
Credo di aver sbagliato nel pensare che, in questa confusione di certezze, potesse esserci qualcuno, potessi esserci tu. Me l’hai ripetuto tante volte: l’autosufficienza è compimento di sé. Perdonami se controbatto asserendo quanto segue: l’amore è rinuncia all’autosufficienza. Forse non sai più soffrire perchè ti trastulli in un’autonomia che non lascia spazio a nessuno e, probabilmente, taglierà fuori anche te stessa. Vorrei che riflettessi su questo punto. Non intendo impartire lezioni di vita, non potrei, nessuno può insegnare niente a nessuno; mi limito ad additare una luna modesta, non certo un pensiero sfrontato (più facile da detestare).
E’ triste sigillare con addii momenti perduti. Ma ogni saluto è un po’ addio, poichè ciò che accade è sempre irripetibile. I fatti non si limitano a cambiarci, diventano parte di noi. Non è plausibile pensare di trascurare le proprie esperienze, lestissime a diventare carne, materia pulsante nell’ostia impalpabile dell’anima.
Sono stanco di scovare dogmi, di snocciolare comandamenti ai quali, in fondo, non credo o che richiedono una forza al di sopra delle mie possibilità. Preferisco constatare cambiamenti. Non posso più impedirmi di rivolgere a Cristo sguardi di compatimento e solidarietà per un destino beffardo di cui, forse, gli uomini sono complici. E’ ben misera questa società che lo ha chiamato Salvatore. La gente non vuole essere salvata, preferisce essere lasciata in pace. Viviamo nell’unico modo possibile, come sappiamo: per noi stessi. Io e te non siamo da meno. La differenza più grande tra noi è che tu hai capito tutto molto prima di me.
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mercoledì, 30 gennaio 2008
Stendhal“Eh, signori, un romanzo è uno specchio che passa per una strada maestra. Ora riflette nei vostri occhi l'azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani. E voi accusate di essere immorale l’uomo che porta lo specchio nella gerla! Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada, e più ancora l'ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.”

(Stendhal – Il rosso e il nero)

Nota:
Riflessi del 1830. Uno spaccato inquietante della Francia alle soglie della rivoluzione di luglio: ecco cos’è “Il rosso e il nero”. Ma non solo. Il romanzo è costruito attorno a due fatti di cronaca che incastrandosi in successione segnano la vita del protagonista. Giovane di umili origini, perdutamente innamorato di Napoleone e delle sue idee, Julien Sorel ha tutte le carte in regola del tipico eroe di Stendhal. E’ intelligente, ambizioso, scaltro; ma, come pure Fabrizio Del Dongo nell’altro capolavoro: “La certosa di Parma”, irrimediabilmente antieroe: impulsivo, calcolatore, ipocrita. Caratteristiche queste che si riflettono in comportamenti precisi, significativi solo nel contesto dell’epoca. Ed ecco l’incastro: uomo e ambiente. Su tutto la fredda lucidità dell’artista, abilissimo nel sezionare la società con lo spietato bisturi della penna: emerge un universo di intrighi, relazioni, privilegi e ingiustizie; e ancora di favori, menzogne, servilismi e rivalità. Tra valori e disvalori, simpatie e antipatie, con la complicità di uomini singolari e donne affascinanti, Julien si destreggia nella vita, divenendo protagonista di una vertiginosa ascesa sociale che lo condurrà dalla sperduta provincia francese all’estranea, complicatissima Parigi. Sarà sempre l’amore a dominare gli eventi. Un sentimento mai lineare né scontato, che si cristallizzerà in qualcosa di puro solo nelle concitate battuete del finale. Seguendo i passi dell’abate Sorel diverrà impossibile non partecipare alle sue scelte, vivere le tante speranze, rammaricarsi per leggerezze ed errori commessi in momenti di follia pura.
Stendhal attinge a piene mani nella propria esperienza riuscendo ad animare protagoniste femminili indimenticabili: fiere, altere, bellissime; ma anche fragili, passionali e perdute nel rimorso di sfidare ogni convenzione in nome di quella forza che è forse l’unica vera anima del mondo. Così la freddezza dello specchio mostra un inquietante velo di umanità e le immagini riflesse si trasformano continuamente agli occhi del lettore come figure di luce dentro un caleidoscopio. In tale imperfezione sboccia la genialità. Le crepe della superficie riflettente lasciano attecchire l’edera della fantasia e viene evocato un mondo affascinante, perduto, irrimediabilmente umano: il 1830 scorre nell’anima e tra le pagine.
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venerdì, 04 gennaio 2008
huxley“ (…) insistette il Selvaggio “è naturale credere in Dio quando si è soli, completamente soli di notte, e si pensa alla morte…”
“Ma la gente non è mai sola al giorno d’oggi” disse Mustafà Mond. “Noi facciamo sì che gli uomini detestino la solitudine e disponiamo la loro vita in tal modo che sia loro quasi impossibile conoscerla mai”
(…)
“il valore risiede nella volontà particolare” disse il Selvaggio. “Esso mantiene la stima e la dignità tanto là dove sono preziose in se stesse quanto in colui che le pregia”
“Via, via” protestò Mustafà Mond “questo è correre un po’ troppo lontano, non vi pare?”
“Se vi lasciate andare a pensare a Dio, non vi lascereste degradare da amabili vizi. Avreste una ragione per sopportare pazientemente le cose, per fare le cose con coraggio. L’ho visto con gli Indiani.”
“Ne sono convinto” disse Mustafà Mond. “Ma noi non siamo Indiani. Un uomo civilizzato non ha nessun bisogno di sopportare alcunché di particolarmente sgradevole. E quanto a fare le cose, Ford lo preservi dall’avere mai simile idea in testa! Tutto l’ordine sociale sarebbe sovvertito se gli uomini si mettessero a fare le cose di loro propria testa.”
“E la rinuncia allora? Se credeste in un Dio avreste una ragione di rinuncia.”
“Ma la civiltà industriale è possibile soltanto quando non vi sia rinuncia. Concedersi tutto sino ai limiti estremi dell’igiene e delle leggi economiche. Altrimenti le ruote cessano di girare.”
(…)
“Ma Dio è la ragione d’essere di tutto ciò che è nobile, bello, eroico. Se voi aveste un Dio…”
“Mio caro, giovane amico” disse Mustafà Mond “la civiltà non ha assolutamente bisogno di nobiltà e di eroismo. Queste cose sono sintomi  d’insufficienza politica. In una società convenientemente organizzata come la nostra nessuno ha delle occasioni di essere nobile ed eroico. Bisogna che le condizioni diventino profondamente instabili prima che l’occasione possa presentarsi. Dove ci sono guerre, dove ci sono giuramenti di fedeltà condivisi, dove ci sono tentazioni a cui resistere, oggetti d’amore per i quali combattere o da difendere, là certo la nobiltà e l’eroismo hanno un peso. Ma ai nostri giorni non ci sono guerre. La massima cura è posta nell’impedirci di amare troppo qualsiasi cosa.””

(Aldous Huxley – Il mondo nuovo)


Nota:
Come sarà la dittatura del futuro? Sarà sanguinaria e repressiva? Perseguiterà i dissidenti avvalendosi di una moderna inquisizione? O gli uomini veranno storditi da una sorta di libertà drogata? condizionata al potere di una classe dirigente che ne manovrerà le azioni agendo dietro le quinte? Per intorpidire i sensi non si dovrà ricorrere a metodi violenti. Lo scenario più probabile non sarà, in altri termini, quello dipinto da Orwell nel capolavoro “1984”. Al fine di sedare gli animi e far sparire dalla mente ogni desiderio di libertà e autodeterminazione basterà combattere il soggettivismo, appagare gli istinti, distruggere tutto quanto stimoli una riflessione individualistica (o, che è lo stesso, ogni forma di arte e cultura). Questa operazione verrà fatta in sordina. Non saranno necessari indici di libri proibiti, ma diverrà sufficiente spacciare per capolavori testi mediocri che anneghino nella cartaccia Shakespeare e Dante; ancora, non si dovranno bruciare le pellicole più pericolose, ma produrre e distribuire film senza contenuti, che narrano storie fatte per il puro intrattenimento; l’istruzione, poi, (quella vera) non dovrà essere per tutti ma solo per una minoranza ristretta; e l’informazione dovrà svuotarsi di contenuti; inoltre, sarà preferibile incoraggiare l’uso di droghe per tenere a freno le menti propense all’insoddisfazione e distruggere i concetti di Dio e Spiritualità. In sintesi, si dovrà fare dimenticare agli uomini cosa vuol dire amare. E’ così che Aldous Huxley immagina il futuro totalitarismo, il più temibile e perfetto. Lo fa negli anni trenta scrivendo un romanzo profetico e visionario. Impossibile, leggendolo adesso, non ravvisare i malanni delle moderne società occidentali.
Ancora oggi, come in passato, il potere cambia forma, tessendo le proprie trame secondo nuovi, inquietanti disegni, pronto a circuire gli uomini per piegarli alla schiavitù di pochi. Non ci è dato sapere se questa operazione riuscirà. Di una cosa siamo sicuri: il lavoro dei tiranni sarà senz’altro più complesso finchè l’umanità continuerà ad ascoltare la voce dei grandi saggi come Huxley.
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martedì, 11 dicembre 2007
Ernest_Hemingway“ (...) “Quanti ne hai uccisi?” domandò a se stesso. “Non lo so. Credi di avere il diritto di uccidere chiunque? No. Ma sono costretto a farlo. Quanti di quelli che hai uccisi erano veri fascisti? Pochissimi. Ma sono tutti il nemico, alle forze del quale opponiamo le nostre forze. (...) Non lo sai che è male uccidere? Sì. Ma lo fai ugualmente. Sì. E sei sempre assolutamente convinto che la tua causa sia giusta? Sì. E’ giusta”, egli disse a se stesso senza riuscire a rassicurarsi, ma con orgoglio. “Io credo nel popolo e nel suo diritto di governarsi come crede. Ma non devi credere nel diritto di uccidere. Devi uccidere per necessità, ma non devi crederci. Se ci credi allora tutto è sbagliato. (...) io non voglio contare la gente che ho ammazzata come trofei di caccia o di una faccenda disgustosa come le tacche su un calcio di fucile. Ho il diritto di non contarli e ho il diritto di dimenticarli. No” disse a se stesso. “Tu non hai il diritto di dimenticare nulla. Non hai il diritto di dimenticare nessuna cosa o di diminuirla o di alterarla.””

(Ernest Hemingway – Per chi suona la campana)

Nota:
Così Ernest Hemingway narra i dubbi di Robert Jordan, protagonista di uno dei suoi romanzi più memorabili. La trama si dipana attorno ad un’azione di sabotaggio durante la guerra civile Spagnola che vede opposte le truppe repubblicane e quelle del generale Franco. Robert è un intellettuale americano partito volontario per la Spagna. Non è un marxista ma crede nel popolo e nel suo diritto si governo, nella libertà e nella ricerca della felicità. Ed è disposto ad uccidere per una società più giusta. Lo fa con rimorso e tormento ma in nome di qualcosa di grande. Così si eleva l’Uomo, così conquista la civiltà: passando per la barbarie, impantanandosi nelle atrocità commesse in nome di opposte fedi politiche. Hemingway è testimone attento e solerte: seziona meticolosamente la guerra svelandone l’orrore. Lo fa con semplicità, acutezza, passione, usando un linguaggio essenziale e perfetto, folto di dialoghi indimenticabili. “Per chi suona la campana” è un volume immancabile nella biblioteca di ogni appassionato, un’opera unica e coinvolgente che riesce a scuotere sin nel profondo. Impossibile ignorare come nel tormento del protagonista si rifletta la mente misteriosa dell’autore, artista maturo e fragile, punto di riferimento imprescindibile per gli scrittori di ogni tempo.

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giovedì, 22 novembre 2007
hopper_summer_interior
Una coperta di gelo
avvolse l'anima come il sudario di Cristo.

Mendicai un segno di pace,
e nessuno tese la mano.

Mi spensi in silenzio,
apolide, nella notte eterna.

Non provai rancore,
solo orrore del vostro egoismo.

Piangeste lacrime bugiarde,
scordando coloro che avreste potuto salvare.

O uomini,
quando la smetterete di uccidere con la vostra indifferenza?
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martedì, 13 novembre 2007
lupo“- [Erminia] Per questo mondo moderno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più. Chi vuol vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria... (...) Speriamo che le altre epoche siano state migliori e altre diventino migliori in avvenire, più ricche, più larghe, più profonde. Ma a noi serve poco. E forse è sempre stato così...
- [Harry] Sempre come oggi? Sempre un mondo di politicanti, di trafficanti, di camerieri e uomini di mondo, senza aria per uomini veri?
- Perché no? Io non lo so. Non lo sa nessuno. E del resto non importa. (...) Sempre è stato così e così sarà per sempre: il tempo e il mondo, il denaro e il potere apparterranno ai deboli e ai superficiali, mentre gli altri, i veri uomini, non avranno niente. Niente all’infuori della morte.
- Proprio nient’altro?
- Ma sì, l’eternità.
- Vuoi dire il nome? La fama presso i posteri?
- No, caro lupetto, non la gloria. Che valore può avere? E credi forse che tutti gli uomini autentici e completi siano diventati famosi e passati alla posterità?
- Oh no, certo.
- Dunque non si tratta di gloria. La gloria esite soltanto per la cultura, è una faccenda che riguarda i maestri. No, non conta la gloria: conta invece ciò che io chiamo eternità. I credenti lo chiamano regno di Dio. Io penso così: noi uomini, noi che abbiamo maggiori pretese, che abbiamo le aspirazioni e una dimensione di troppo non potremmo neanche vivere se, oltre all’aria di questo mondo, non ci fosse anche un’altra atmosfera respirabile, se oltre al tempo non esistesse anche l’eternità, il regno dell’autenticità. Di questo fanno parte la musica di Mozart e i poemi dei tuoi grandi poeti, e i santi che hanno fatto miracoli, sofferto il martirio e dato un grande esempio agli uomini. E di questa eternità fa altrettanto parte l’immagine di ogni vera azione, la forza di ogni sentimento genuino, anche se nessuno ne sa nulla, se nessuno ne scrive e ne conserva la notizia ai posteri. Nell’eternità non esistono posteri, esistono soltanto contemporanei.”

(Hermann Hesse – Il lupo della steppa)

Nota:
Credo sia sciocco aggiungere qualcosa quando chi parla o scrive ha già detto tutto. Coloro per i quali “questo bel mondo non è una patria” possono lasciare qui un piccolo segno del loro passaggio.

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mercoledì, 31 ottobre 2007
Botticelli_Venus_and_Mars"Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altre specie in leggi da me stabilite. Ma tu, che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio, al quale ti affidai, ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine..."

(Pico della Mirandola - De hominis dignitate)


Nota:
Vorrei dedicare questo post ad una persona speciale.

Grazie di cuore Alex.
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