Cara M,passare la vita a costruire teorie morali è un gioco poco edificante. Gli esercizi della mente sono sicuramente allettanti ma circuiscono la coscienza al pari delle droghe. Impariamo lezioni fondamentali dallo studio dei ricordi, rivivendo le esperienze in differita sino a sezionarle con ostinazione. Putroppo, la memoria, al pari di tutte le virtù umane, possiede una natura amorfa. Attraverso rievocazioni fluttuanti, l’Io modella la materia di cui spera indagare la forma, come certe sonde che inficiano i risultati delle misure per le quali sono costruite. Sarebbe utile spogliare il pensiero da ogni condizionamento e incidere la tabula rasa dello spirito con lo stilo disincantato dell’intelligenza pura. Ma ciò non è concesso.
Quando si ragiona è utile avere un interlocutore diverso da se stessi, perchè spiegare i propri pensieri aiuta a visualizzarli dall’esterno e scoprirne i difetti. Farlo per iscritto, poi, è un modo di fissarli in disegni meglio definiti, di ancorarli a qualcosa di stabile, di evitare che sfuggano lungo traiettorie misteriose e imprevedibili. Non so se smetterò mai di rivoltare i miei ricordi, di osservarli con la cura morbosa del filatelico, di infilarli come perle nel filo sottile della vita. Amo la loro poesia naturale, quel processo spontaneo che lascia assurgere al passato una dimensione incantata e armoniosa. Svestire i fatti da coinvolgimenti emotivi li eleva a più alta bellezza, sino a farli diventare storie.
Trovo pericoloso essere cristiani senza Dio. Ho sempre pensato la fede come un dono, un bene elargito con naturalezza a pochi fortunati. Chiedere qualcosa per la quale non siamo destinati o preparati è, forse, un sacrilegio maggiore che rinnegare l’esistenza della luce di cui tale mancanza ci priva. Ma quando in questa dicotomia ci si trova invischiati e se ne riconosce la pericolosità, non resta altro da fare che armarsi di piccone e radere al suolo ogni certezza. La parola “prossimo” è chiave di volta nel messaggio cristiano e il rapporto “Dio-prossimo” definisce una perfetta identità. Un fedele dovrebbe rivolgersi al proprio carnefice adorandolo, amandolo per il male che opera, rispondendo ad esso con il suo opposto. Abbracciare il terrorista, l’assassino, il violento e dire “ti perdono fratello e ti amo”. Ma tutto questo non è umano. Dopo la seconda guerra mondiale nessuno ha avuto pietà dei nazisti, eppure i cristiani avrebbero dovuto. Nietzsche disse di Cristo che fu l’unico vero cristiano della storia e che, se avesse superato i trentacinque anni, anche lui avrebbe smesso di esserlo. Non esiste l’altruismo assoluto. Sfido chiunque ad impedirsi di covare propositi personali. Il bene puro, come il male puro sono invenzioni della mente, qualcosa che vive nel limbo impalpabile della speculazione. Ho provato ad amare senza chiedere. In questo, cara amica, siamo davvero diversi. Da esperienze simili abbiamo dedotto ragioni e regole di vita opposte. Penso l’amore sia uno. Mi si obietterà che quello rivolto a Dio, o agli altri, è un concetto incorporeo, non assimilabile alla passione, di una natura diversa. Rispondo semplicemente: considero il rapporto di coppia corollario dell’amore universale, sentimento in cui la passione si innesta, piuttosto che trovare in essa giustificazione. In tante occasioni ho concluso non essere l’amore a deludere ma la persona. Solo adesso comprendo la pericolosità di questa frase. E’ come dire: sono i giudici a sbagliare, non le leggi. Concetti infetti. Imporre condizioni al sentimento significa lasciarlo svanire. L’iperuranio esiste solo nella mente dei filosofi. La realtà, al contrario, ha un ché di inoppugnabile, è prova irrefutabile delle miserie umane. Nulla è plausibile al di fuori degli atti, oltre il mescolarsi frenetico di azioni più o meno precise che interagiscono come ruote dentate in ingranaggi oscuri. Così mille intenzioni cadono in polvere dinnanzi ad orecchie sorde o labbra mute, che rifiutano di pronunciare il nostro nome. Amore è azione, non pensiero, nè, tanto meno parola. Non servono grandi sermoni. Semmai, grandi gesti.
Nei discorsi di coloro che disprezzano il nostro affetto siamo sempre eccezioni: una scusa stupida, fatta per mascherare il loro egoismo, una scusa che diviene aggravante nel processo in cui saremo condannati. Costituire l’unica asimmetria nella vita della gente, il solo sasso su cui è inciampato uno spirito morale, trovo sia più doloroso che divenire vittime di un indiscriminato carnefice. Vedere sfilare tante esistenze rette che incespicano sul nostro amore e lo disprezzano “senza volerlo”, giustificandosi in nome di un “bene che non capiamo”, fa sentire estranei ad una simmetria, forse inesistente, ma sottintesa con cattiveria. Gli invidiosi scorgono nelle cose degli altri una perfezione inquietante ed estranea, così la percezione della singolarità di cui siamo esempio acuisce la sofferenza, ci fa sentire fuori da un universo edulcorato, probabilmente mero frutto della mente. Siamo minoranza e ce ne danniamo: setta segreta prigioniera di maledizioni oscure, scagliate da bugiardi nel cuore del tempo. Eppure, almeno una volta nella vita, è probabile ritrovarsi ad interpretare il ruolo opposto. Nel frattempo, ci viene chiesto di soffrire con dignità. Disperati, fuggiamo tra le braccia di Cristo. Troviamo nella sua parola un balsamo con cui detergere le ferite. Laviamo via un po’ di sangue rappreso e studiamo la forma nascosta delle piaghe che qualcuno ha procurato. Non riusciamo a credere sia accaduto veramente. Rifiutiamo di accettare la realtà: chi ci ama ha fatto questo “per noi”, tale è il suono della sua verità. Ma, in fondo, non è poi così importante, l’unica versione che ci sta davvero a cuore è la nostra. Siamo l’unico super testimone nel processo che ci riguarda. Abbiamo tante colpe. Pretendiamo di sapere cosa sia giusto per gli altri, ci infervoriamo aiutandoli come sappiamo, come vorremmo facessero con noi. Di norma riceviamo lo stesso trattamento da parte della sparuta minoranza di coloro i quali si definiscono “sensibili”. Non stiamo ad analizzare un comportamento che è anche nostro, preferiamo trastullarci nel dolore, negli effetti collaterali di una condotta pericolosa. Cristo ci guarda e sanguina. Ricompare misteriosamente nelle nostre vite, pronto a reggere come una croce quella pena che ha deciso spettargli in quanto Dio in terra. Lo adoriamo commossi e davvero crediamo in lui, nelle tante promesse annunciate sopra una montagna in cui il tempo s’è fermato. Ascoltiamo le beatitudini e, piangendo, commiseriamo noi stessi. Non è la “salvezza” a darci sollievo, se ne fossimo convinti accetteremmo tutto con coraggio, piuttosto la sovrannaturale capacità di condivisione con cui questo uomo morto si carica di un peso non suo: qualcuno geme abbracciandoci, probabilmente è l’unico a farlo. Gliene siamo grati: egli diventa Dio.
Soffriamo. Offriamo espressioni tenerissime del dolore. Cerchiamo la pena negli occhi del carnefice, ci spaventa il suo egoismo spietato. Non siamo Cristo, non riusciamo a perdonare tutto. L’ira monta sul golgota dell’Io sconfitto ed emozioni di carne pulsano nella notte dell’anima. La verità della pena nasconde una menzogna più grande, quel comportamento goffo con cui dissimuliamo il dolore tradisce l’elenganza di uno spirito inguaribilmente umano. Dilaniarci l’anima è la nostra vera vocazione.
“Ti meriti di meglio” dicono gli altri, pronti a vendere l’unguento di un ciarlatano. Questo meglio non sono certo loro: non è nessuno. E, nell’attesa, ciò che resta è niente, una nuvola d’aria nella quale non è neppure possibile sbattere la testa. Rispondo a tali esempi di operosa generosità verbale che preferisco il silenzio all’ipocrisia: la sua aristocrazia mi ferisce meno. Considero l’assenza di suoni, tutto sommato, poco offensiva. Detesto promesse non intenzionate a tradursi in atti. La lezione più importante dell’espereinza è fondare i pensieri sulle azioni, misurarli attraverso esse.
Mi rendo conto che tali considerazioni possano apparire sterili e nascondere le elucubrazioni di una mente non troppo lucida. Eppure, ogni dolore riconduce inevitabilmente alla ragione passando per una via insensata chiamata speranza. Disilludersi vuol dire distruggere le favole dell’infanzia. Il crepuscolo dei miti è parte di un processo generalizzato con il quale l’Io si priva di ogni appiglio nell’immane tentativo di ritrovarsi.
Credo di aver sbagliato nel pensare che, in questa confusione di certezze, potesse esserci qualcuno, potessi esserci tu. Me l’hai ripetuto tante volte: l’autosufficienza è compimento di sé. Perdonami se controbatto asserendo quanto segue: l’amore è rinuncia all’autosufficienza. Forse non sai più soffrire perchè ti trastulli in un’autonomia che non lascia spazio a nessuno e, probabilmente, taglierà fuori anche te stessa. Vorrei che riflettessi su questo punto. Non intendo impartire lezioni di vita, non potrei, nessuno può insegnare niente a nessuno; mi limito ad additare una luna modesta, non certo un pensiero sfrontato (più facile da detestare).
E’ triste sigillare con addii momenti perduti. Ma ogni saluto è un po’ addio, poichè ciò che accade è sempre irripetibile. I fatti non si limitano a cambiarci, diventano parte di noi. Non è plausibile pensare di trascurare le proprie esperienze, lestissime a diventare carne, materia pulsante nell’ostia impalpabile dell’anima.
Sono stanco di scovare dogmi, di snocciolare comandamenti ai quali, in fondo, non credo o che richiedono una forza al di sopra delle mie possibilità. Preferisco constatare cambiamenti. Non posso più impedirmi di rivolgere a Cristo sguardi di compatimento e solidarietà per un destino beffardo di cui, forse, gli uomini sono complici. E’ ben misera questa società che lo ha chiamato Salvatore. La gente non vuole essere salvata, preferisce essere lasciata in pace. Viviamo nell’unico modo possibile, come sappiamo: per noi stessi. Io e te non siamo da meno. La differenza più grande tra noi è che tu hai capito tutto molto prima di me.







