mercoledì, 30 gennaio 2008
Stendhal“Eh, signori, un romanzo è uno specchio che passa per una strada maestra. Ora riflette nei vostri occhi l'azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani. E voi accusate di essere immorale l’uomo che porta lo specchio nella gerla! Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada, e più ancora l'ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.”

(Stendhal – Il rosso e il nero)

Nota:
Riflessi del 1830. Uno spaccato inquietante della Francia alle soglie della rivoluzione di luglio: ecco cos’è “Il rosso e il nero”. Ma non solo. Il romanzo è costruito attorno a due fatti di cronaca che incastrandosi in successione segnano la vita del protagonista. Giovane di umili origini, perdutamente innamorato di Napoleone e delle sue idee, Julien Sorel ha tutte le carte in regola del tipico eroe di Stendhal. E’ intelligente, ambizioso, scaltro; ma, come pure Fabrizio Del Dongo nell’altro capolavoro: “La certosa di Parma”, irrimediabilmente antieroe: impulsivo, calcolatore, ipocrita. Caratteristiche queste che si riflettono in comportamenti precisi, significativi solo nel contesto dell’epoca. Ed ecco l’incastro: uomo e ambiente. Su tutto la fredda lucidità dell’artista, abilissimo nel sezionare la società con lo spietato bisturi della penna: emerge un universo di intrighi, relazioni, privilegi e ingiustizie; e ancora di favori, menzogne, servilismi e rivalità. Tra valori e disvalori, simpatie e antipatie, con la complicità di uomini singolari e donne affascinanti, Julien si destreggia nella vita, divenendo protagonista di una vertiginosa ascesa sociale che lo condurrà dalla sperduta provincia francese all’estranea, complicatissima Parigi. Sarà sempre l’amore a dominare gli eventi. Un sentimento mai lineare né scontato, che si cristallizzerà in qualcosa di puro solo nelle concitate battuete del finale. Seguendo i passi dell’abate Sorel diverrà impossibile non partecipare alle sue scelte, vivere le tante speranze, rammaricarsi per leggerezze ed errori commessi in momenti di follia pura.
Stendhal attinge a piene mani nella propria esperienza riuscendo ad animare protagoniste femminili indimenticabili: fiere, altere, bellissime; ma anche fragili, passionali e perdute nel rimorso di sfidare ogni convenzione in nome di quella forza che è forse l’unica vera anima del mondo. Così la freddezza dello specchio mostra un inquietante velo di umanità e le immagini riflesse si trasformano continuamente agli occhi del lettore come figure di luce dentro un caleidoscopio. In tale imperfezione sboccia la genialità. Le crepe della superficie riflettente lasciano attecchire l’edera della fantasia e viene evocato un mondo affascinante, perduto, irrimediabilmente umano: il 1830 scorre nell’anima e tra le pagine.
postato da: tolstoj76 alle ore 15:34 | Permalink | commenti (46)
categoria:
venerdì, 04 gennaio 2008
huxley“ (…) insistette il Selvaggio “è naturale credere in Dio quando si è soli, completamente soli di notte, e si pensa alla morte…”
“Ma la gente non è mai sola al giorno d’oggi” disse Mustafà Mond. “Noi facciamo sì che gli uomini detestino la solitudine e disponiamo la loro vita in tal modo che sia loro quasi impossibile conoscerla mai”
(…)
“il valore risiede nella volontà particolare” disse il Selvaggio. “Esso mantiene la stima e la dignità tanto là dove sono preziose in se stesse quanto in colui che le pregia”
“Via, via” protestò Mustafà Mond “questo è correre un po’ troppo lontano, non vi pare?”
“Se vi lasciate andare a pensare a Dio, non vi lascereste degradare da amabili vizi. Avreste una ragione per sopportare pazientemente le cose, per fare le cose con coraggio. L’ho visto con gli Indiani.”
“Ne sono convinto” disse Mustafà Mond. “Ma noi non siamo Indiani. Un uomo civilizzato non ha nessun bisogno di sopportare alcunché di particolarmente sgradevole. E quanto a fare le cose, Ford lo preservi dall’avere mai simile idea in testa! Tutto l’ordine sociale sarebbe sovvertito se gli uomini si mettessero a fare le cose di loro propria testa.”
“E la rinuncia allora? Se credeste in un Dio avreste una ragione di rinuncia.”
“Ma la civiltà industriale è possibile soltanto quando non vi sia rinuncia. Concedersi tutto sino ai limiti estremi dell’igiene e delle leggi economiche. Altrimenti le ruote cessano di girare.”
(…)
“Ma Dio è la ragione d’essere di tutto ciò che è nobile, bello, eroico. Se voi aveste un Dio…”
“Mio caro, giovane amico” disse Mustafà Mond “la civiltà non ha assolutamente bisogno di nobiltà e di eroismo. Queste cose sono sintomi  d’insufficienza politica. In una società convenientemente organizzata come la nostra nessuno ha delle occasioni di essere nobile ed eroico. Bisogna che le condizioni diventino profondamente instabili prima che l’occasione possa presentarsi. Dove ci sono guerre, dove ci sono giuramenti di fedeltà condivisi, dove ci sono tentazioni a cui resistere, oggetti d’amore per i quali combattere o da difendere, là certo la nobiltà e l’eroismo hanno un peso. Ma ai nostri giorni non ci sono guerre. La massima cura è posta nell’impedirci di amare troppo qualsiasi cosa.””

(Aldous Huxley – Il mondo nuovo)


Nota:
Come sarà la dittatura del futuro? Sarà sanguinaria e repressiva? Perseguiterà i dissidenti avvalendosi di una moderna inquisizione? O gli uomini veranno storditi da una sorta di libertà drogata? condizionata al potere di una classe dirigente che ne manovrerà le azioni agendo dietro le quinte? Per intorpidire i sensi non si dovrà ricorrere a metodi violenti. Lo scenario più probabile non sarà, in altri termini, quello dipinto da Orwell nel capolavoro “1984”. Al fine di sedare gli animi e far sparire dalla mente ogni desiderio di libertà e autodeterminazione basterà combattere il soggettivismo, appagare gli istinti, distruggere tutto quanto stimoli una riflessione individualistica (o, che è lo stesso, ogni forma di arte e cultura). Questa operazione verrà fatta in sordina. Non saranno necessari indici di libri proibiti, ma diverrà sufficiente spacciare per capolavori testi mediocri che anneghino nella cartaccia Shakespeare e Dante; ancora, non si dovranno bruciare le pellicole più pericolose, ma produrre e distribuire film senza contenuti, che narrano storie fatte per il puro intrattenimento; l’istruzione, poi, (quella vera) non dovrà essere per tutti ma solo per una minoranza ristretta; e l’informazione dovrà svuotarsi di contenuti; inoltre, sarà preferibile incoraggiare l’uso di droghe per tenere a freno le menti propense all’insoddisfazione e distruggere i concetti di Dio e Spiritualità. In sintesi, si dovrà fare dimenticare agli uomini cosa vuol dire amare. E’ così che Aldous Huxley immagina il futuro totalitarismo, il più temibile e perfetto. Lo fa negli anni trenta scrivendo un romanzo profetico e visionario. Impossibile, leggendolo adesso, non ravvisare i malanni delle moderne società occidentali.
Ancora oggi, come in passato, il potere cambia forma, tessendo le proprie trame secondo nuovi, inquietanti disegni, pronto a circuire gli uomini per piegarli alla schiavitù di pochi. Non ci è dato sapere se questa operazione riuscirà. Di una cosa siamo sicuri: il lavoro dei tiranni sarà senz’altro più complesso finchè l’umanità continuerà ad ascoltare la voce dei grandi saggi come Huxley.
postato da: tolstoj76 alle ore 10:31 | Permalink | commenti (80)
categoria: