martedì, 31 luglio 2007
Simone de Beauvoir“Paule si alzò e sorrise; il suo viso ridivenne umano; posò le mani sulle spalle di Henry, una guancia contro la sua guancia: - Tu potresti fare a mano di me?
- Sai bene di no.
- Sì, lo so – disse gaiamente. – Anche se mi dicessi il contrario, non ti crederei -. Se ne andò nel bagno.
Era impossibile abbandonarle, di tanto in tanto, una frase incoraggiante o un sorriso. Ed ella imbalsamava queste reliquie nel proprio cuore, ne spremeva miracoli quando per caso la sua fede vacillava. “In fondo, malgrado tutto, ella sa bene che non l’amo più”, si disse Henry per rassicurarsi.”

(Simone de Beauvoir – I Mandarini)


E’ una storia d’amore in frantumi quella tra Henry e Paule, protagonisti de “I Mandarini”. Lei innamoratissima, lui sempre più distante. Perchè il sentimento finisce? Impossibile dirlo. Eppure tutte quelle cose che amava, pian piano, Henry comincia a detestarle; le piccole attenzioni adesso lo irritano; la dedizione con cui Paule gli sacrifica la vita diviene un patetico ricatto. Così mutano i rapporti tra gli uomini, secondo disegni insondabili. E tutto muore:

“Paule aveva creduto ai suoi giuramenti d’eternità e al miracolo d’essere se stessa; era di questo, probabilmente, che [Henry] s’era reso colpevole: quando l’aveva esaltata oltremisura, per ridurla poi troppo lucidamente alle sue proporzioni reali. Sì, c’erano stati torti da una parte e dall’altra; ma la questione non era lì: la questione era di uscirne.”

(Simone de Beauvoir – I Mandarini)


Come uscirne? A poco a poco, naturalmente; aumentando sempre più il proprio distacco. Ma chi ama muta il significato dei gesti trovando improbabili appigli per continuare a sperare. Ed Henry diventa spietato, dice basta con una durezza sempre maggiore, una durezza che non gli appartiene. L’amore si sbriciola in una miriade di piccole crudeltà quotidiane. L’unica soluzione, per Paule, è uccidere la persona che era, seppellirla in un oceano di cose futili e ricominciare tutto d’accapo, cercando di non impazzire.

Queste vicende si intrecciano, nel romanzo, con quelle di Anne, alter ego dell’autrice, e di Robert, in cui è impossibile non riconoscere il filosofo esistenzialista Sartre. L’azione si svolge in un dopoguerra carico di speranze e risentimenti; la politica domina i discorsi degli intellettuali; passioni, amori, delusioni e sogni si mescolano in un equilibrio perfetto. Non si parla mai di valori assoluti, immortali, perchè nulla lo è, nulla è assoluto o immortale. Che senso ha l’eternità per chi sa d’essere destinato a sparire per sempre? Il silenzio inghiottirà le vite dei protagonisti come quelle di tutti gli uomini. Eppure, i Mandarini, con l’ardore e l’arroganza degli esseri più audaci, strappano alla vita qualche goccia di miele, scontandola in oceani di fiele e dolore. E respirano, e vivono, giorno dopo giorno, aggrappandosi alla reciproca presenza, senza smettere di sognare, sino all’ultimo, per contribuire, come possono, al progresso umano, all’evoluzione più alta della specie. Alla fine, quando la vecchiaia travolge ogni illusione, è ancora necessario continuare a sperare e sforzarsi di scorgere un po’ di luce nel futuro ignoto. Solo questo può salvare chi ha rinunciato a Dio, chi l’ha confinato in un angolo di cielo decidendo che la sua eventuale esistenza non lo riguardi.
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lunedì, 23 luglio 2007
botero_1
botero_2
(Fernando Botero, Milano: 5 luglio - 9 settembre 2007)

Nota:
La mostra di Milano propone, tra le altre, alcune opere che denunciano gli orrori di Abu Ghraib. Vittime esplose sulla tela: l’arte racconta.
Odiare il proprio nemico: esiste forse un modo migliore per “motivare” un soldato? Scoppia lo scandalo e le parti si invertono. I torturatori? Mostri, modelli di brutalità ed efferatezza, star assolute dei media, fenomeni da prima pagina. I topi del gigantesco esperimento che li costringe al cannibalismo vengono giudicati a causa della loro follia, come se non esistessero gli scienziati che ne studiano le reazioni.
I veri colpevoli, come nei quadri di Botero, sono mani, getti di piscio, bastoni di uomini senza volto. E non pagano mai. Ecco di cosa è capace la specie umana. Sono queste le cose che ci portiamo dentro.
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domenica, 08 luglio 2007

Eracle“Chi aspira solo a procurarsi ricchezza e forza,
piuttosto che veri amici, non pensa da saggio”

(Euripide – Eracle)

Nota:
Euripide verga con questi versi il finale di una delle sue tragedie più belle. Creonte, padre di Megara, moglie di Eracle, viene ucciso da Lico, che ne usurpa il trono. L’eroe, famoso nel mondo antico per aver affrontato le dodici fatiche, invocato dal vecchio padre e dalla sposa, torna dall’Ade (il regno dei morti) e uccide Lico, ma un tragico destino incombe sulla sua discendenza. In quanto figlio illegittimo di Zeus, egli è odiato da Era che ordisce e mette in atto una tremenda vendetta. In preda alle arti di Lissa, la follia che acceca gli uomini, Eracle stermina i propri figli e, ritrovato il senno, pensa di uccidersi. Ma in soccorso interviene Teseo: “ora hai bisogno di amici”, dichiara l’eroe, offrendogli il sostegno necessario per affrontare il rimorso. Euripide racconta, ancora una volta, l’universale parabola degli uomini alle prese con la loro fragilità, con la seducente tentazione di abbandonarsi alla pazzia e rinunciare ad un’esistenza impossibile da sostenere. Dopo il disastro, due opzioni: la morte (e la fuga) o la vita (e l’espiazione). E’ facile gettare la spugna, cercare nell’oblio la soluzione di ogni male: il dolore è un tarlo che acceca; ma anche una luce che illumina. Possiamo subirlo a diventarne vittime o costringelo a servici e renderci migliori.

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