martedì, 29 maggio 2007

nietzsche“ (...) ogni genere di lettura è per me una maniera di ristorarmi: in conseguenza fa parte di ciò che mi svincola da me stesso, di ciò che mi fa passeggiare tra scienze ed anime sconosciute, - di ciò che non prendo più sul serio. Leggere mi ristora appunto dalla mia serietà. Nei periodi in cui sono più sprofondato nel lavoro non si vedono libri intorno a me: mi guarderei bene dal lasciare parlare o anche pensare qualcuno nelle mie vicinanze.”

(Friedrich Nietzsche – Ecce Homo)

Nota:
Come ogni grande scrittore, Nietzsche conosce bene il significato della lettura che è incontro: conoscenza dell’Autore. Ecco cosa distingue i veri libri da quelli che non lo sono. La frase precedente è insidiosa e il relativismo attende dietro l’angolo, specie in un secolo come il nostro in cui piace spacciare per arte ciò che non lo è. Ma credo sia giusto ascoltare il consiglio nascosto nelle parole citate: la vera scrittura fa scoprire “qualcuno” e la sua presenza è talmente viva e pericolosa da condizionare le nostre idee. Ecco perchè “sprofondato nel lavoro”, Nietzsche rifiuta la lettura. La creazione nasce dalla contemplazione di se stessi, dal soliloquio assoluto del nostro io, dal suo specchiarsi nei propri pensieri, come in un lago dove tanto più le acque sono calme migliore è la visione. Non è un caso se “Ecce Homo” viene prodotto negli anni torinesi, in un ambiente particolarmente congeniale all’autore. Un potente testamento spirituale, ardito, visionario, psicopatico a tratti, a volte lucidissimo, sempre cinico e spietato: Friedrich si congenda dal mondo prima di chiudersi definitivamente nella follia che lo condurrà alla morte. Secondo la regola da lui stesso enunciata, leggendolo, non si può fare a meno di sentirlo “parlare e pensare nelle vicinanze”.

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mercoledì, 23 maggio 2007

ThomasHardy“(...) perchè tanto spesso ciò che è volgare sembra destinato ad appropriarsi di ciò che è più fine, l’uomo sbagliato della donna, e la donna sbagliata dell’uomo – questo è qualcosa che molte migliaia di anni di filosofia analitica non sono ancora riusciti a spiegare al nostro senso dell’ordine.”

(Thomas Hardy – Tess dei d’Urberville)

Nota:
La risposta è implicita alla domanda e si racchiude nel possessivo “nostro” che attribuisce agli uomini un “senso dell’ordine” evidentemente molto diverso da quello della Natura. Tess, l’eroina indiscussa dell’opera di Hardy, incontra il proprio destino fatto carne: è Alec d’Urberville, l’uomo che i genitori sperano diventi suo marito, vantando una discendenza che si muterà in colpa. La ragazza subisce una violenza terribile da parte di un individuo che odia, cui segue l’abbandono e la nascita di un bambino che morirà prematuramente; il verdetto del mondo è spietato, straripante di finto buonismo (lo stesso oggi tanto di moda): la giovane è perduta. Da questo episodio una fitta serie di eventi narrati con tutta la maestosità e l’autorevolezza di cui un grande autore dell’Ottocento possa essere capace. Hardy racconta con precisione e rigore gli episodi del romanzo, suggerendo al lettore il vero senso della storia, la morale della ballata che incanta come una parabola: il pagamento per una colpa “[fondata] su qualcosa di così poco tangibile come un senso di condanna per una legge arbitraria della società che non [ha] fondamento nella natura”. E’ la morale, la “nostra” morale umana, cieca e ottusa, che fa scontare ad una creatura innocente il peccato di cui è stata vittima. Come non amare la povera Tess in cui ogni pregio si trasforma in fonte di dolore? Come non intenerirsi per il suo orgoglio di ragazza moderna, che affronta a testa alta un fato collerico e vile? Un grande tributo alla donna, alla sua emancipazione, un impietoso affresco verista che ricorda l’analisi chirurgica di Verga, un atto di condanna verso ogni sovrastruttura umana dietro cui si nasconde l’ipocrisia di ragioni incomprensibili come nelle più belle opere di Tolstoj. Un libro coraggioso, lucido, intenso, da leggere nei crepuscoli di primavera, immersi nella stessa Natura che partecipa alla corale ricostruzione dell’autore.

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martedì, 15 maggio 2007

Antologia_Emozioni

Oscure caverne del mio cuore,
quale mano v'ha dipinte di grafiti misteriosi?
osando tramandare l'osceno racconto dell'Amore?

Amore, che sfuggi come vento,
e in oceani di lacrime asciughi ogni speranza,
mai pago di vite sanguinanti trafitte di dolore.

Perchè t'ho scelto come Dio?
Io, blasfemo miscredente,
di te solo, infido immortale, non oso dubitare.

Neppure il tradimento mi convice ad obliare la speranza,
e la litania ammaliante della tua favola bugiarda
soffia come zefiro tra moniti impotenti della ragione.

Punisci l'arida genia di chi s'è arreso, il fanatismo bieco dell'iniquo inquisitore.
I celesti numi dell'Olimpo avevano a cuore gli eroi che li servivano
e bruciavano fianchi di giovenche sui bracieri fumanti degli altari.

Ma tu, bestia avida di sangue, cosa fai per rispettare i tuoi fedeli?
Come perfido leone, posseduto dall'odore della preda,
sbrani il servitore e così pure chi ti osteggia.

Solo aria tetro Amore,
e vento freddo, foriero di paure, nelle
oscure caverne del mio cuore.

Nota:
E’ stata Nicoletta Perrone (autrice conosciuta su Splinder) a propormi di scrivere una poesia per l’”Antologia del concorso emozioni”, presentata pochi giorni fa al salone del libro di Torino. L’ho fatto senza impegno e con poche speranze. Intanto, perchè non mi ritengo un poeta (preferisco di gran lunga la prosa), e poi perchè non credo molto nell’ispirazione a tema (il concorso suggeriva una traccia precisa). A quanto pare, però, il risultato è piaciuto. Così, i miei “versi” sono finiti tra quelli pubblicati e, senza volerlo, mi sono ritrovato in veste di “autore” (qui le virgolette sono proprio d’obbligo) nella convulsa chermesse fieristica del Lingotto. Il libro, m’è sembrato di capire, sta avendo un buon successo e, visto che nel mio caso si tratta di un esordio, non posso che esserne contento. Cedo, dunque, la parola ai lettori: si accettano complimenti, critiche, commenti, offese persino! Tutto fuorchè silenzio: il sogno di queste pagine è una fede smisurata nelle parole, quelle figlie illegittime che, dopo il parto della mente, acquisiscono, in seguito ad un’inquetante metamorfosi, vita propria.

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