“ (...) ogni genere di lettura è per me una maniera di ristorarmi: in conseguenza fa parte di ciò che mi svincola da me stesso, di ciò che mi fa passeggiare tra scienze ed anime sconosciute, - di ciò che non prendo più sul serio. Leggere mi ristora appunto dalla mia serietà. Nei periodi in cui sono più sprofondato nel lavoro non si vedono libri intorno a me: mi guarderei bene dal lasciare parlare o anche pensare qualcuno nelle mie vicinanze.”
(Friedrich Nietzsche – Ecce Homo)
Nota:
Come ogni grande scrittore, Nietzsche conosce bene il significato della lettura che è incontro: conoscenza dell’Autore. Ecco cosa distingue i veri libri da quelli che non lo sono. La frase precedente è insidiosa e il relativismo attende dietro l’angolo, specie in un secolo come il nostro in cui piace spacciare per arte ciò che non lo è. Ma credo sia giusto ascoltare il consiglio nascosto nelle parole citate: la vera scrittura fa scoprire “qualcuno” e la sua presenza è talmente viva e pericolosa da condizionare le nostre idee. Ecco perchè “sprofondato nel lavoro”, Nietzsche rifiuta la lettura. La creazione nasce dalla contemplazione di se stessi, dal soliloquio assoluto del nostro io, dal suo specchiarsi nei propri pensieri, come in un lago dove tanto più le acque sono calme migliore è la visione. Non è un caso se “Ecce Homo” viene prodotto negli anni torinesi, in un ambiente particolarmente congeniale all’autore. Un potente testamento spirituale, ardito, visionario, psicopatico a tratti, a volte lucidissimo, sempre cinico e spietato: Friedrich si congenda dal mondo prima di chiudersi definitivamente nella follia che lo condurrà alla morte. Secondo la regola da lui stesso enunciata, leggendolo, non si può fare a meno di sentirlo “parlare e pensare nelle vicinanze”.








“(...) perchè tanto spesso ciò che è volgare sembra destinato ad appropriarsi di ciò che è più fine, l’uomo sbagliato della donna, e la donna sbagliata dell’uomo – questo è qualcosa che molte migliaia di anni di filosofia analitica non sono ancora riusciti a spiegare al nostro senso dell’ordine.”