lunedì, 26 marzo 2007
ultima_tempo_ritrovato

“(...) l’autore, quando lancia i suoi fogli al vento, non pensa mai ai molti che getteranno il suo libro in disparte e disdegneranno persino di aprirlo, sì ai pochi che potranno capirlo come lo capirebbero i suoi compagni di scuole e di vita. E difatto qualche scrittore va tanto oltre questa via che, si abbandona a confidenze di carattere così intimo e geloso, quali potrebbero essere fatte soltanto al lettore di cui egli si fosse assicurata una compiuta simpatia di mente e di cuore: come se il libro lanciato per il mondo dovesse trovare senz’altro l’anima gemella di chi lo scrisse e compiere il suo ciclo di vita con la perfetta comunione di questa con l’anima dello scrittore”

 

(Nathaniel Hawthorne – La lettera scarlatta)

 

Nota:

Il rapporto conflittuale che lega scrittore e lettore è alla base di questo passo di Hawthorne. Chi scrive vuole essere letto. Anche quelli che lo ammettono poco non possono negare come, alla fine, sotto il velo d’ipocrisia di teorie più o meno puriste, si nasconda nel loro animo di comunicatori, sempre e imprescindibilmente, un sentimento di condivisione. Allora, oltre che per noi stessi (principali interlucutori dell’Io narratore di cui è impossibile non udire la voce), per chi scriviamo? Lo facciamo per tutti, è ovvio, anche per quelli che non ci apprezzeranno, amici e nemici: è una gogna la scrittura, un esporsi al pubblico senza veli, con il candore della semplicità inquietante che lega creatore e creatura. Eppure, siamo umani e la critica, non solo stimola, a volte ferisce. La reazione di fronte ad un giudizio negativo o eccessivamente severo è quella di una madre che veda sminuito il proprio figlio: di dolore e, a volte, di rabbia. Diviene persino necessario, allora, aggrapparsi a coloro che capiscono e, non solo apprezzano, ma considerano la nostra opera vicina, come farebbero parenti più o meno lontani del bimbo di carta di cui siamo genitori. Chiunque imbracci una penna, non si limita a raccontare una storia ma a narrare la propria: lo fa tra le righe, nascondendosi, camuffandosi, preparando tranelli che depistino il lettore più curioso. Il libro finisce spesso per essere un misero pretesto per parlare di sé. Non avviene così anche nell’universo, del resto? La scintilla di divino che ci portiamo dentro non è altro che l’essenza di Colui che ha scritto le pagine in cui si narra la nostra esistenza di uomini. Siamo poco più che il romanzo di Dio, la sua biografia vestita di un misero e cencioso quotidiano.

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mercoledì, 07 marzo 2007

firenze“Non era bene pensare, non era bene nemmeno provare dei sentimenti. Lucy rinunciò a capire se stessa e si unì al grande esercito degli ottenebrati, che non seguono nè il cuore nè il cervello, e marciano verso il loro destino sotto le insegne del luogo comune. Quell’esercito pullula di anime buone e pie. Ma si sono arrese all’unico nemico che conti, il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e si affannano veramente contro la virtù. Col passare degli anni diventano oggetto di critica, la loro bontà, la loro pietà, mostrano le crepe, la loro arguzia diventa cinismo, il loro altruismo ipocrisia; dovunque vadano provano e producono malessere. Hanno peccato contro Eros e Pallade Atena, e sarà il normale corso della natura, non l’intervento di una divinità celeste, a vendicare quelle divinità alleate.”

(Edward Morgan Forster – Camera con vista)

Nota:
Ho scelto questo estratto dell’opera citata perchè penso esprima con semplicità ed esattezza un comportamento, lo dico senza qualunquismo, che ho rilevato spesso. Al di là del significato delle parole, vorrei aggiungere al racconto del libro una nota personale, che è in fondo una piccola storia e conferisce, nella mia mente, un valore aggiunto al significato del romanzo e alle emozioni che ne ho ricavato. Quest’estate sono stato a Cambridge per un viaggio studio, ed è stata la mia padrona di casa, una deliziosa signora decisamente molto inglese, a consigliarmi tale lettura. J. mi parlò di “Camera con vista” a proposito del suo passato, cercando di svelare il proprio dolore in una di quelle conversazioni fiume a base di letteratura ed esperienza che, per una sorta di incomprensibile empatia, ci ritrovammo ad affrontare. Lo fece con rigore e chiarezza, offrendo un’immagine schietta ed immediata con tutto il candore che è possibile rivolgere ad uno sconosciuto. Capimmo che potevamo raccontarci entrambi e lo facemmo con semplicità, come se fossimo stati amici da sempre. J. mi spiegò che aveva alle spalle un matrimonio fallito e imputò la scelta sbagliata al proprio bisogno di fuga, causato, lo disse col viso increspato da un risentimento che il tempo non era ancora riuscito a spegnere, dal conflittuale rapporto con la madre. “Lei era terribilmente Elisabettiana”, disse, “calata in un tempo che stava morendo”. Quando le chiesi qualche delucidazione, J. rispose così: “Hai mai letto camera con vista?”, ed ecco come sono arrivato al libro. Non scenderò nei dettagli del racconto, perchè qui vorrei semplicemente osservare come le storie di vita si sposino sovente con quelle di carta e conferiscano a queste ultime una poesia intensa e personale. Tale regola, del tutto generale, trova forse nella musica l’esempio per antonomasia: chi non ha associato delle note ad un momento bello o brutto legandole inscindibilmente ad esso? E’ un’altra delle mille sfaccettature dell’arte che, figlia dell’esperienza, si sposa con essa in una sorta di matrimonio incestuoso e casuale, come avviene per quegli amori fugaci che incrociano il nostro cammino e ci lasciamo alle spalle con una punta di amarezza. Così, le emozioni si rinnovano e il ritratto di un’sentimento narrato diviene il soggetto di uno futuro. Come non stupirsi dell’ennesimo miracolo del pensiero?

postato da: tolstoj76 alle ore 09:04 | Permalink | commenti (50)
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