lunedì, 22 gennaio 2007

proust_1896_aQuanto (Albertine) dormiva non dovevo più parlare, (...), non avevo più bisogno di vivere alla superficie di me stesso. (...) Ormai era animata solo della vita inconsapevole dei vegetali, degli alberi, una vita più remota della mia, più strana e che tuttavia m’apparteneva di più. Il suo io non scappava via ogni momento, come quando conversavamo, attraverso i varchi del pensiero inconfessato e dello sguardo. Albertine aveva richiamato a sè tutto ciò che di lei era al di fuori di lei; si era rifuggiata, racchiusa, riassunta nel suo corpo. (...) La sua vita mi era sottomessa, esalava verso di me il suo respiro leggero. Ascoltavo il mormorio di quell’emanazione misteriosa, dolce come uno zefiro marino, fiabesca come il chiaro di luna, ch’era il suo sonno. Finchè durava, potevo sognare di lei e al tempo stesso guardarla, e – quando il sonno diventava più profondo – toccarla, baciarla. Quel che provavo allora era un amore altrettanto puro, immateriale e misterioso che se mi fossi trovato davanti alle creature inanimate di cui è fatta la bellezza della natura. E, in effetti, non appena dormiva un po’ profondamente, Albertine smetteva d’essere la semplice pianta ch’era stata; il suo sonno, in riva la quale sognavo con una fresca voluttà di cui non mi sarei mai stancato, di cui avrei potuto godere all’infinito, era per me un intero paesaggio. Il suo sonno metteva accanto a me qualcosa di non meno calmo, di non meno sensualmente delizioso di quelle notti di plenilunio in cui, nella baia di Balbec divenuta dolce come un lago, i rami si muovono appena e, distesi sulla sabbia, si ascolterebbe senza fine il frangersi del riflusso.

(Marcel Proust – La prigioniera)

Nota:
Ho postato questo breve estratto del quinto volume della “Ricerca” proustiana per varie ragioni. La prima estetica: la perfezione dell’analisi si sposa con quella delle parole. La seconda: pedagogica: vorrei che tutti avessere letto, almeno una volta nella vita, una pagina di Proust. La terza: personale: ho ritrovato in queste righe le stesse sensazioni che avevo provato e non avevo avuto (nè, probabilmente, avrò mai) la forza e il talento di scrivere con la stessa profondità e bellezza. Penso che il grande scrittore fracese rappresenti per la letteratura mondiale ciò che Einstein ha rappresentato per la scienza. Nessuno, prima di lui, aveva tentato un’indagine così monumentale della vita e delle emozioni, riuscendo a portarla a termine con tanta determinazione, lucidità e gusto estetico. La sua opera si snoda in sette volumi che sono un romanzo unico. Per scrivere gli ultimi, Marcel, vecchio e provato dalla malattia (che lo aveva afflitto sin dalla nascita), si ritirò in vita privata dedicandosi esclusivamente al proprio lavoro, sino a qualche istante prima della morte (“Ora posso morire”, disse terminata l’ultima riga, e morì). Non so se lo amerete mai quanto me, se riuscirà a suscitare in voi lo stesso piacere e sgomento, spero, comunque, di avervi incuriositi almeno un po’ (a chi volesse approfondire consiglio un sito interessantissimo:
www.marcelproust.it).

postato da: tolstoj76 alle ore 09:16 | Permalink | commenti (51)
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giovedì, 11 gennaio 2007

“(...) Anche questa volta il pozzo famelico aveva inghiottito la sua razione quotidiana di carne umana, qualcosa come settecento operai che a quell’ora sgobbavano in quel gigantesco formicaio, perforando ovunque la terra, crivellandola di colpi come un vecchio legno roso dai tarli. E, in quel silenzio appesantito dalla sovrapposizione di infiniti strati sotterranei, poggiando l’orecchio alla roccia si sarebbe potuto udire il lavorio di tutti quegli insetti umani all’opera, (...)”

(Emile Zola – Germinale)

Nota:
Germinale ha travalicato i confini delle pagine e agito come fortissimo incentivo alla causa operaia. Durante il funerale di Zola (trovato morto per intossicazione da monossido di carbonio a causa di un’ostruzione nella canna fumaria della stufa) il feretro fu accompagnato al cimitero di Montmarte da una folla immensa in mezzo alla quale sarebbe stato impossibile non notare una delegazione di minatori che scandivano sommessamente: “Germinal! Germinal! Germinal!”

postato da: tolstoj76 alle ore 09:52 | Permalink | commenti (29)
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giovedì, 04 gennaio 2007

"V: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
P: Almanacchi per l'anno nuovo?
V: Sì signore.
P: Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
V: Oh illustrissimo sì, certo.
P: Come quest'anno passato?
V: Più più assai.
P: Come quello di là?
V: Più più, illustrissimo.
P: Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
V: Signor no, non mi piacerebbe.
P: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
V: Saranno vent'anni, illustrissimo.
P: A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
V: Io? non saprei.
P: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
V: No in verità, illustrissimo.
P: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
V: Cotesto si sa.
P: Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
V: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
P: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
V: Cotesto non vorrei.
P: Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
V: Lo credo cotesto.
P: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
V: Signor no davvero, non tornerei.
P: Oh che vita vorreste voi dunque?
V: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
P: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
V: Appunto.
P: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
V: Speriamo.
P: Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
V: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
P: Ecco trenta soldi.
V: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi."

(Giacomo Leopardi - Operette Morali)

postato da: tolstoj76 alle ore 09:37 | Permalink | commenti (36)
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