Quanto (Albertine) dormiva non dovevo più parlare, (...), non avevo più bisogno di vivere alla superficie di me stesso. (...) Ormai era animata solo della vita inconsapevole dei vegetali, degli alberi, una vita più remota della mia, più strana e che tuttavia m’apparteneva di più. Il suo io non scappava via ogni momento, come quando conversavamo, attraverso i varchi del pensiero inconfessato e dello sguardo. Albertine aveva richiamato a sè tutto ciò che di lei era al di fuori di lei; si era rifuggiata, racchiusa, riassunta nel suo corpo. (...) La sua vita mi era sottomessa, esalava verso di me il suo respiro leggero. Ascoltavo il mormorio di quell’emanazione misteriosa, dolce come uno zefiro marino, fiabesca come il chiaro di luna, ch’era il suo sonno. Finchè durava, potevo sognare di lei e al tempo stesso guardarla, e – quando il sonno diventava più profondo – toccarla, baciarla. Quel che provavo allora era un amore altrettanto puro, immateriale e misterioso che se mi fossi trovato davanti alle creature inanimate di cui è fatta la bellezza della natura. E, in effetti, non appena dormiva un po’ profondamente, Albertine smetteva d’essere la semplice pianta ch’era stata; il suo sonno, in riva la quale sognavo con una fresca voluttà di cui non mi sarei mai stancato, di cui avrei potuto godere all’infinito, era per me un intero paesaggio. Il suo sonno metteva accanto a me qualcosa di non meno calmo, di non meno sensualmente delizioso di quelle notti di plenilunio in cui, nella baia di Balbec divenuta dolce come un lago, i rami si muovono appena e, distesi sulla sabbia, si ascolterebbe senza fine il frangersi del riflusso.
(Marcel Proust – La prigioniera)
Nota:
Ho postato questo breve estratto del quinto volume della “Ricerca” proustiana per varie ragioni. La prima estetica: la perfezione dell’analisi si sposa con quella delle parole. La seconda: pedagogica: vorrei che tutti avessere letto, almeno una volta nella vita, una pagina di Proust. La terza: personale: ho ritrovato in queste righe le stesse sensazioni che avevo provato e non avevo avuto (nè, probabilmente, avrò mai) la forza e il talento di scrivere con la stessa profondità e bellezza. Penso che il grande scrittore fracese rappresenti per la letteratura mondiale ciò che Einstein ha rappresentato per la scienza. Nessuno, prima di lui, aveva tentato un’indagine così monumentale della vita e delle emozioni, riuscendo a portarla a termine con tanta determinazione, lucidità e gusto estetico. La sua opera si snoda in sette volumi che sono un romanzo unico. Per scrivere gli ultimi, Marcel, vecchio e provato dalla malattia (che lo aveva afflitto sin dalla nascita), si ritirò in vita privata dedicandosi esclusivamente al proprio lavoro, sino a qualche istante prima della morte (“Ora posso morire”, disse terminata l’ultima riga, e morì). Non so se lo amerete mai quanto me, se riuscirà a suscitare in voi lo stesso piacere e sgomento, spero, comunque, di avervi incuriositi almeno un po’ (a chi volesse approfondire consiglio un sito interessantissimo: www.marcelproust.it).







