domenica, 01 novembre 2009
Tolstoj1"In un Dio creatore, in un Dio che punisce, che premia e che ha stabilito molti e svariati comandamenti che variano a seconda delle diverse confessioni, e che ha compiuto in vari luoghi molti e sorprendenti prodigi, in un Dio simile gli uomini accettano di credere – malgrado le palesi obiezioni della loro ragione e le ancor più forti obiezioni del loro sentimento che non può conciliarsi all’idea d’un Dio che ammette azioni contrarie all’amore. E accettano di credervi soltanto perché credono a una tradizione consacrata dal tempo: ma in tal modo credono soltanto ad altri uomini, e non a Dio, e perciò non lo conoscono. In un Dio, invece, che non crea, che non punisce, ma che fa sempre e soltanto del bene agli uomini, e che non ha istituito molti comandamenti che variano da popolo a popolo, ma ha stabilito – e non a parole ma coi fatti – un comandamento unico per tutti i tempi e tutti i popoli, il comandamento dell’amore, e non ha compiuto, per convincere gli uomini della propria esistenza, svariati e strani miracoli, e ne compie bensì incessantemente uno solo, che è altresì il più sorprendente e il più benefico, ed è il suo manifestarsi nell’anima di ciascun uomo: in questo Dio è impossibile non credere.”

(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)


Individuato il vero oggetto della fede e smascherate le menzogne delle molteplici religioni, a Tolstoj non resta che trarre le immediate conseguenze:

“Basterebbe che gli uomini credessero alla necessità di adempiere all’unico comandamento dell’Amore, così come essi credono oggi alla necessità di compiere questi o quei sacramenti, queste o quelle preghiere; basterebbe che così come credono oggi alla necessità delle loro scritture, dei loro templi, delle raffigurazioni incise sui calici, essi credessero che esiste al mondo un solo santuario indubitabile, l’uomo, e che l’unica cosa che l’uomo non può e non deve profanare e offendere sia ancora e sempre l’uomo stesso, il portatore del principio divino, e diverrebbero impossibili non soltanto le esecuzioni capitali e le guerre ma anche tutte le violenze che l’uomo può fare all’uomo.”

(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)


Da questo sforzo di unificazione, è possibile estrarre un denominatore comune: la risposta che unifica la metafisica e distrugge le chiese. E lo fa senza eccezioni, prendendo in simpatia il Cristianesimo per la semplice ragione che più chiaramente di altri spiega la verità. Questa verità è essenziale ed incontrovertibile, e si traduce in un unico comandamento: l’Amore. Il più importante e difficile da accettare perché comporta una rivoluzione tanto profonda e radicale da spaventare non solo coloro che fanno parte dell’esigua minoranza cui si affidano le masse ma le stesse vittime dell’ineguale ditribuzione del benessere che caratterizza tutte le culture. Se l’Amore si insediasse davvero nel cuore degli uomini:

 “Sarebbe vergogna esser ricchi, sarebbe vergogna non dico far guerre ma persino considerare nemici gli uomini di un altro popolo. E vi sarebbe invece tra gli uomini la chiara consapevolezza di quello che essi non debbono fare, e non potrebbe più continuare quella vita bestiale, contraria sia alla ragione che al sentimento, nella quale viviamo oggi…”

(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)


Eppure le chiese, tutte, senza eccezione, non soltanto tacciono sull’impari condizione della società, ma ne diventano persino corresponsabili, contribuendo anzi a dividere i popoli in gruppi contrapposti e ostili. Esse si appellano alla necessità di semplificare lo sforzo che Dio chiede a ciascun uomo e fanno leva sulla più scontata delle obiezioni:

“…adempiere a tale comandamento [quello dell’Amore] così come esige la dottrina del Vangelo è del tutto impossibile per l’uomo: dicono gli uomini che professano le molte fedi e i molti comandamenti istituiti dalla chiesa. (…) Ma questo ragionamento, fondato sull’affermazione che sia impossibile adempiere pienamente al comandamento dell’Amore, giacchè esso esige la rinuncia alla vita stessa, e che sia invece indispensabile riconoscere, accanto a questo, altri comandamenti ai quali è invece possibile adempiere in modo da piacere a Dio, questo ragionamento non è soltanto del tutto sbagliato, ma è altresì assolutamente ingannevole.
La dottrina cristiana non esige e non può esigere dall’uomo un’impossibile rinuncia totale alla propia vita corporea; essa si limita ad indicare agli uomini quell’ideale supremo al quale è del tutto naturale che essi anelino…”

(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)


Se religione deve essere, se questo horror vacui che dilania l’anima è qualcosa al quale proprio non si riesce a resistere come accade a Tolstoj, diventa stupido stordirsi con sciocche superstizioni ed è necessario radicalizzare il modo di intendere il rapporto con Dio, liberandolo dalle frottole degli uomini. Perché questo processo doloroso non è soltanto la via per trovare conforto metafisico alla paura del nulla, ma anche l’unica regola pratica per vivere al meglio. La geometria di un tale ragionamento ha un duplice scopo: indicare la direzione più saggia e convincere chi scrive che ne esiste realmente una. Si tratta di sciogliere il dilemma della fine nell’unico modo possibile, convertendo l’energia distruttiva di una risposta agghiacciante in quella costruttiva di un'umanità che abbraccia l’utopia. Probabilmente, tale speranza lasciava Tolstoj più sereno dinnanzi a quella morte che avrebbe allontanato da sé ad ogni costo e che sentiva sempre più vicina componendo, ormai ottantenne, i suoi saggi brevi di carattere religioso, politico, sociologico. Perché rinunciare al mondo prima di scomparire diveniva il modo migliore per prepararsi al trapasso. E se questa rinuncia imponeva di ripudiare persino ciò che aveva dato senso a tutta la propia esistenza (l’esistenza di un nichilista), cioè la letteratura, non restava altra scelta che compiere tale passo. La battaglia ideologica che oppone Tolstoj con coraggio da martire a tutte le istituzioni del tempo: chiesa, stato, scienza, è forse l’unica via per scontare la propria colpa più grande: non riuscire a smettere di essere aristocratico e rinunciare ai privilegi ereditati ingiustamente in quanto rampollo di un’antichissima stirpe di conti. Una condizione dunque che egli non si è scelto ma di cui ha approfittato da sempre e che l’unica fede impone di abbandonare come la tradizione bigotta che ipnotizza gli uomini. Così muore uno dei più grandi scrittori della storia, quasi che Dio venga a trarlo d’impaccio, a liberarlo dall’allucinante ragnatela mentale nella quale egli stesso si è precipitato, regalando ai posteri l’esempio più conflittuale e devastante della condizione umana e raggiungendo, forse, il fine estetico supremo, l’assunzione perfetta della propria vita ad opera d’arte. Non sarà certamente l’immortalità tanto agoniata, ma sfido chiunque a fare di meglio.

Tolstoj2
postato da: tolstoj76 alle ore 20:57 | Permalink | commenti (29)
categoria:
giovedì, 24 settembre 2009
vincent_van_gogh-campo_di_grano_con_corvi“Ma, mio caro, pochissime cose giungono a compimento: che cos’è, in genere, la vita, se non una serie di episodi incompleti? Si lavora nelle tenebre, si fa quello che si può, si da quello che si ha. Il dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro retaggio… E’ il desiderio di sapere la fine che ci fa credere in Dio, o nella magia; credere almeno in qualcosa.”

Trouman Capote – Altre voci altre stanze

Capote sintetizza la vita con lucidità e concisione. Sceglie parole che suonano come la “piccola frase” di un motivo musicale ispirato e geniale: compendio miracoloso nel quale c’è tutto. Due ingredienti: passione e semplicità. La prima frutto di un’innata irrequietezza, lo stimolo faustiano a non accontentarsi. La seconda della voglia di demolire ogni sovrastruttura, gioco impossibile e affascinante. Si tratta di una ricerca della verginità. E’ un dare la caccia al primo uomo, irrimediabilmente perduto sotto il cumulo fatiscente delle idee nelle quali si è seppellito tentando di sfuggire a se stesso. Distruggere, quindi. O meglio de-costruire. Come? Mordendo con frenesia la mela del peccato. Proclamandosi senza sosta figli di Caino, alla maniera di Hesse. Smantellando ogni comandamento: pensare che ”le cose giungono ad un compimento”, per esempio. Niente morali, niente lezioni. Solo tenebra. La stessa di cui parla Capote. La stessa nella quale si annegano i sogni infranti, gli aborti più orrendi dell’animo. Macerie, null’altro. Ma può davvero essere così? Chissà. De Andrè disse che gli uomini senza sogni sarebbero esseri mostruosi, chimere di pura ragione e istinto. E finì per stare dalla parte delle puttane, dei trans, degli zingari, dei reietti. Con orgoglio. Senza critiche. Sostenuto da una sconfinata umanità. Perché non potrebbe essere altrimenti. Cosa resta del moralismo ipocrita con cui siamo stati educati? A che serve baciare crocefissi d’argento? Le religioni dividono. I sentimenti no. La vita non ammette morali superiori, perché non accetta semplificazioni radicali né visioni edulcorate. E’ debolezza ciò che spinge alla fede? O una geniale intuizione dell’eterno? Il dubbio, passione lacerante: un amante che non dà scampo. Disperati ci aggrappiamo al mito. Un mito personalissimo, sia chiaro: Dio, Arte o qualsiasi altra cosa serva a dare un senso al mistero che ci guarda con gli occhi delle stelle. Fortunatamente, tutti hanno diritto alla propria droga: qualche pagina di Proust o uno spinello, un pomeriggio di shopping o una parabola del Vangelo. Ma nessuno dovrebbe imporla agli altri. Ciò che resta è pura estetica. Allora, sarebbe bello, proprio bello smetterla… di rubare, tradire, ingannare… persino di baciare crocefissi d’argento. Il petrolio con cui alimentiamo le nostre disneyland viene svenduto per due soldi da chi muore vittima di un’incolpevole ignoranza. La conoscenza tecnologica consente ad un’elité umana, la nostra, di succhiare impunemente le risorse altrui e ragala a pochi quel superfluo ottenuto privando molti dell’indispensabile. Continuare a farlo professando buoni principi che di fatto disconosciamo pare il gioco più facile e comodo del mondo. Ma è davvero tanto difficile aprire gli occhi? “Regalare alla morte una goccia di splendore” come grida Mutis nelle sue poesie? Per fortuna ci sono ancora quelli che credono sia bello, proprio bello:

“giocherellare a palla
con il proprio cervello.
Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell'infinito.”

Fabrizio De Andrè – Cantico dei drogati
postato da: tolstoj76 alle ore 14:28 | Permalink | commenti (67)
categoria:
lunedì, 03 agosto 2009
Narciso“… si nasce con uno strumento, il sistema nervoso, che permette di entrare in contatto con l’ambiente umano circostante, e tale strumento è in origine molto simile a quello del vicino. A questo punto sembra utile conoscere le regole che stabiliscono le strutture sociali nelle quali l’insieme dei sistemi nervosi degli uomini di un’epoca, temporanei eredi degli automatismi culturali di coloro che li hanno preceduti, imprigionano il bambino fin dalla nascita, lasciando a sua disposizione solo un armadio pieno zeppo di giudizi di valore. Acquisita tale conoscenza, sia pure imperfetta, ogni uomo saprà esprimere un’unica motivazione, quella di rimanere normale. Normale non rispetto alla maggioranza che, sottomessa inconsciamente a giudizi di valore con finalità sociologica, è costituita da individui perfettamente anormali rispetto a se stessi. Rimanere normali è, prima di tutto, rimanere normali rispetto a se stessi. Per questo occorre mantenere la possibilità di agire secondo le pulsioni, trasformate dall’esperienza socio culturale, rimessa costantemente in causa dall’immaginazione e dalla creatività. Ora lo spazio in cui si compie questa azione è occupato anche dagli altri. Bisognerà evitare lo scontro perché da esso scaturirà per forza una scala gerarchica di dominanza che ha poche probabilità di soddisfare, in quanto aliena il proprio desiderio al desiderio altrui. D’altra parte, sottomettersi vuol dire accettare, con la sottomissione, la patologia psicosomatica che deriva necessariamente dall’impossibilità di agire secondo le pulsioni. Ribellarsi significa rovinarsi con le proprie mani, perché la ribellione, se attuata da un gruppo, ricostituisce subito una scala gerarchica di sottomissione all’interno del gruppo, e la ribellione solitaria porta rapidamente alla soppressione del ribelle da parte della generalità anormale che si crede detentrice della normalità. Non rimane che la fuga.
Ci sono diversi modi di fuggire. Alcuni si servono di droghe psicogene. Altri della psicosi. Altri del suicidio. Altri della navigazione solitaria. Forse c’è un altro modo ancora: fuggire in un mondo che non è di questo mondo, il mondo dell’immaginazione. Qui il rischio di essere inseguiti è minimo. Ci si può ritagliare un vasto territorio gratificante, che taluni chiameranno narcisistico.

La sperimentazione dimostra che lo stato di allarme dell’ipofisi e della corteccia surrenale, che se perdura a lungo dà luogo alla patologia viscerale delle malattie dette psicosomatiche, è propria dei dominati o di coloro che cercano senza successo di affermare la propria dominanza o anche dei dominanti che cercano di mantenere una dominanza contestata.”

(Henri Laborit – Elogio della fuga)


Mon oncle dHenri Laborit è stato un biologo, filosofo ed etologo francese. Il suo lavoro sul condizionamento è alla base del film Mon oncle d’Amérique diretto da Alain Resnais nel 1980. La trama narra di tre esistenze che si intrecciano e le cui dinamiche vengo spiegate dallo stesso Laborit attraverso interventi frapposti alle scene. La lettura del comportamento umano in chiave meccanicistica ha sollevato polemiche ed è stata considerata da qualcuno un esercizio di puro scientismo ma è innegabile come si adatti perfettamente a molti fatti dell’esistenza. Cinismo e pragmatismo possono indurre conclusioni poco confortanti e una visione della vita talmente priva di appigli da lasciare svuotati. Ma chi dice che trastullarsi con probabili menzogne non sia ancora più pericoloso? In “Elogio della fuga” vengono sviscerate tutte le sfaccettature della condizione umana e si analizzano questioni sociologiche e comportamentali con una lucidità che lascia esterrefatti. Il libro propone anche un breve viaggio nella storia dei viventi: dal comportamento primitivo degli animali sino alle sovrastrutture più elaborate del pensiero, prodotto della corteccia associativa. La genialità di Laborit sta, probabilmente, nel tenere sempre ben presenti le fondamenta della “cattedrale eretta nel tempo dal sistema nervoso”, ossia quel luogo da cui si diramano gli imperativi, chiamati pulsioni, che, malgrado tutto, regolano la vita. Avere il coraggio di guardarsi dentro senza paura, di liberarsi dai condizionamenti propinati dalla propria socio-cultura di appartenenza e di smettere di mentire a se stessi nel misero intento di soddisfare un patetico narcisismo è la base più solida sulla quale costruire l’individuo, qualunque sia la direzione verso cui si intenda puntare. Del resto, l’esortazione di fondo del libro è meravigliosa nella sua essenzialità: date sfogo alla fantasia, ossia alla capacità più strabiliante del cervello umano; mettete l’esistenza al servizio della specie per produrre un’eredità che è l’unica speranza d’immortalità: il contributo originale che testimoni ciò che siete stati nel pensiero di coloro che proseguiranno la staffetta del tempo. Laborit c’è riuscito, ha lasciato il proprio contributo originale.
Concludo riportando alcune considerazioni, decisamente pragmatiche, sul concetto di amore. Spero facciano riflettere coloro che si professano paladini di questo sentimento (forse davvero inesistente) pur sconfessandolo ogni istante con la loro intolleranza e indiffereza. Pararsi dietro uno scudo di ipocrisia che giustifichi egoismo e desiderio di auto appagamento pare essere l’attività più feconda della nostra specie. Mi chiedo quale sia la relazione tra amore e difesa estrema della propria socio-cultura, o tra amore e rifiuto del diverso e sua relativa condanna. Se la specie umana si è evoluta nel tempo è stato proprio grazie a quei rivoluzionari che hanno forzato la gabbia costruita dai gruppi dominanti con l’unico fine di mantenere il proprio privilegio. Del resto, abbiamo fatto a Cristo, uno degli alfieri indiscussi dell’amore, l’affronto più grande che si potesse pensare: usare le sue parole per giustificare atti e comportamenti che queste stesse parole condannavano. A chiunque si sia permesso di farlo notare, la classe dominante che vanta la conoscenza assoluta della Verità (quale arroganza mostruosa!) ha promesso lo stesso inferno con cui non era riuscita ad abbindolare il malcapitato. Per ragionare nei loro termini: chi pecca veramente? Il peccatore o colui che lo giudica al posto del proprio dio? L’adulterà può essere perdonata, i dottori del tempio no.

 
“… ciò che chiamiamo amore nasce dal rinforzo dell’azione gratificante autorizzata da un altro essere situato nel nostro spazio operativo e il male d’amore nasce dal fatto che quella persona rifiuta di essere il nostro oggetto gratificante o diventa quello di un altro, sottraendosi così, più o meno completamente, alla nostra azione. Il rifiuto o la spartizione ferisce l’immagine ideale che abbiamo di noi, ferisce il narcisismo e dà l’avvio alla depressione, all’aggressività o al denigramento della persona amata.”

(Henri Laborit – Elogio della fuga)


Laborit-Henri
postato da: tolstoj76 alle ore 11:11 | Permalink | commenti (71)
categoria:
martedì, 02 giugno 2009

Henry_Miller“E quando mi mostrate un uomo che si esprima perfettamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae… Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi.”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

1934: Henry Miller enuncia il proprio concetto di arte. Lo fa con un’originalità che si nutre di storie semplici, inusuali ed oscene. In una Parigi quanto mai affollata da straccioni e falliti, si muovono uomini che vivono di espedienti e rifiutano la compostezza dei propri simili. Si tratta di individui sconfitti, delusi dalla religione, dalla politica, dalla morale e indifferenti a qualsiasi credo. Per le teorie “disfattiste” e la crudezza delle scene presentate, “Tropico del Cancro” viene additato dalla critica dell’epoca come ricettacolo insulso di episodi insignificati, assolutamente privi di gusto, grondanti di inutile pornografia: mosaico bizzarro di un’umanità grottesca e deviata. Ma alcuni intellettuali ne colgono la genialità e dietro la maschera sconcia di una prosa tanto sfacciata avvertono tutta la potenza di un messaggio artistico rivoluzionario. Miller supera in modernità molti autori convenzionali proclamando a gran voce la riscoperta di un personalissimo paganesimo innaffiato col siero amaro della sfiducia nel progresso:

“Una volta pensavo che essere umano fosse la maggior meta dell’uomo, ma oggi vedo che questo significava distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principi. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

Questo rifiuto di ogni sovrastruttura ribalta la posizione dell’uomo dinnanzi al mistero dell’esistenza, lo reintegra a pieno diritto in quel cosmo da cui ha tentato di estranearsi, rende immediatamente inutili le disquisizioni filosofiche che lo hanno torturato per secoli. E il canto dell’artista si mescola al fruscio del fiume, travolge ogni cosa, si veste dello stesso impeto:

“Il grande desiderio incestuoso è scorrere all’unisono col tempo, fondere la grande immagine dell’aldilà con quella dell’hic e nunc. Un desiderio fatuo, suicida, reso stitico dalle parole e paralizzato dal pensiero.”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

postato da: tolstoj76 alle ore 10:23 | Permalink | commenti (68)
categoria:
mercoledì, 01 aprile 2009
prospektiva
estrattoNota:

Volevo ringraziare notterrante (http://notterrante.splinder.com) che mi ha segnalato la rivista e convinto a partecipare alla selezione.

E' possibile acquistare Prospektiva presso le librerie Feltrinelli o ordinarla direttamente via email a redazione@prospektiva.it.

Per maggiori informazioni: www.prospektiva.it.
postato da: tolstoj76 alle ore 09:16 | Permalink | commenti (106)
categoria:
mercoledì, 11 marzo 2009
praga“Non vi è alcun dubbio [disse K.] che sotto tutte le manifestazioni di questo tribunale, nel caso mio dunque sotto l’arresto e l’odierna inchiesta si nasconde una grande organizzazione. Un’organizzazione che mantiene non soltanto custodi corruttibili, sciocchi ispettori e giudici i quali nel migliore dei casi sono modesti, ma impiega anche un gruppo di giudici di alto e altissimo grado con l’innumerevole e inevitabile seguito di uscieri, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, magari persino carnefici: non ho paura di questo vocabolo. E quale è signori miei lo scopo di questa vasta organizzazione? Consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata e per lo più, come nel mio caso, infruttuosa. Data questa assurdità, come sarà possibile evitare la più grave corruzione dei funzionari? Ciò è impossibile, non vi riuscirebbe nemmeno per se stesso il giudice supremo.”

(Franz Kafka – Il processo)

Secondo un vecchio lemma caro a tanti amanti dell’arte, l’opera di un autore andrebbe studiata prescindendo dalla sua biografia. Sono fondamentalmente d’accordo. Tuttavia, se dovessi individuare delle eccezioni, credo che Kafka sarebbe una di queste. Il trentenne che scrive “Il processo” è un individuo maturo ed intelligente. Figlio di un mercante di ceto medio, vive in una Praga caliginosa e cianotica, la stessa che si respira tra le lapidi del piccolo cimitero ebraico nel cuore della città vecchia. Si tratta di un genio profondamente incompreso, educato rigidamente, che ha maturato una profonda avversione per la figura del padre senza riuscire mai veramente ad opporsi alla sua volontà tirannica. Quest’uomo si ritrova ingabbiato dalla società umana organizzata che lo pone tra le fila ordinate ed omogenee dei suoi burocrati più inflessibili, e lo costringe, a dispetto del suo essere scrittore d’impressionate talento intenzionato ad abiurare a tutto (vita, sesso, amore) per l’arte, a redarre manuali tecnici in cui si parla di sicurezza sul lavoro e istruzioni relative all’uso dei macchinari. Un individuo così, cittadino di una metropoli caotica e multietnica (in cui si parlano due lingue “ufficiali”), realistico e pragmatico sino all’inverosimile, non può pronunciare parole di speranza, né fantasticare un futuro migliore. Kafka è troppo angosciato dal suo tempo per guardare in avanti. Si sente talmente prigioniero di una vita che odia, talmente inchiodato alla sua croce e privo della minima speranza d’evasione, da non poter far altro che raccontare se stesso e la propria cocente frustrazione. Lo fa con una pedanteria originalissima che scandisce tutte le fasi della sua opera di romanziere. Del resto, come trattare temi diversi quando si scorgono con perfetta chiarezza i pericoli cui è sottoposta la socità umana? Come distrarre la mente dalla freddezza di un racconto che segna un’epoca, quando questo presente di miseria viene ignorato da tutti e l’artista sente più di altri il dovere di mostrare ai propri simili la Verità? L’ingranaggio difettoso Kafka si dispera della propria originalità ma non smette di girare e svolgere con solerzia la propria funzione di burocrate se non quando la malattia lo colpisce prematuramente per condurlo alla morte. Nella tragedia personale che si rinnova con impietosa solerzia ogni mattina, quando si reca a fare un lavoro che odia, egli medita in continuazione sull’assurdità della propria condizione. Questo signore schivo e  misterioso vive un disagio fuori dal comune. La città, l’industrializzazione, l’efficientissima organizzazione dello stato gli imbrigliano l’anima costringendola ad un percorso forzato fatto di solitudine e dolore. Ognuno soffre in silenzio, dimenticato, circondato da individui che considera nemici. Per far comprendere una visione tanto dura, per narrarne le sfaccettature più complesse e pericolose, per renderla fruibile senza inorridire il lettore e riuscire a coinvolgerlo evitando di puntargli contro il dito accusatore della propria mente visionaria, Kafka inventa un genere letterario unico, come un musicista che, scontento delle composizioni classiche, ridefinisca le regole dalla propria forma espressiva. Le fiabe gotiche prodotte da questo fantasioso processo mentale sono semplici ed essenziali, ciniche e grottesche sino all’inverosimile. La realtà vissuta dall’autore viene riflessa attraverso uno specchio deformante che ne esaltà la bruttezza, le contraddizioni, gli incredibili tranelli. Così, per esempio, l’organizzazione misteriosa di cui si parla ne “Il processo” mantiene un esercito di burocrati e giudici col solo scopo di perseguitare ed uccidere persone innocenti come il protagonista della trama. Lo fa per erigere sovrastrutture intricate e disciplinare le vite dei cittadini. Si tratta, forse, di una perversa modernizzazione delle strategie di sopraffazione degli istinti individuali, ma a Franz questo non interessa più di tanto: il suo scopo non è indagare le cause del malessere ma additarne con precisione la natura. Nell’universo dei molteplici alter ego letterari di cui si compone una produzione convulsa e frammentata, non è difficile scorgere le angosce che abitano la mente di tutti. Ogni istituzione umana viene scarnificata con meticolosità e messa impietosamente a nudo. Non c’è nulla da salvare perché tutto è finto: religione, stato, affetti. La musa scelta dall’autore, dolce e spietata, è la propria vita: un essere sfuggente che viene rivoltato senza sosta con odio e risentimento. Temendo di non essere all’altezza del progetto di cui s’è invaghito, spinto da un’intima introversione e riservatezza, ma anche dalla naturale modestia degli esseri veramente fuori dal comune, Franz ha più volte dubitato di se stesso. Non deve essere stato facile per Max Brod tradire la promessa fatta all’amico sul letto di morte, quando con labbra consumate dall’arsura gli venne chiesto di distruggere tutti i manoscritti. Dobbiamo a questo coraggioso atto di infedeltà la conservazione del tesoro artistico di uno scrittore tanto affascinante che ha saputo cogliere i pericoli della modernità non esitando a citarsi d’esempio. Lo ha fatto in modo assolutamente personale, con estrema discrezione, ma con una decisione che gli ha permesso di vincere la propria battaglia. Peccato che sia scomparso senza essersene reso conto, ma pensando, anzi, il contrario.

franz_kafka
postato da: tolstoj76 alle ore 08:09 | Permalink | commenti (77)
categoria:
martedì, 13 gennaio 2009
philip_roth“…condividere la gioia altrui, anche se solo in sogno, da adulto o da ragazzo, è una cosa impossibile, irrealizzabile sul piano psicologico se non sei uno scrittore, e sul piano estetico se lo sei. Invece, abbracciare il tuo eroe nella distruzione, lasciare che la vita del tuo eroe si sviluppi dentro di te quando tutto sta cercando di annientarlo, vederti vittima della sua sfortuna, coinvolgerti non nella sua noncurante supremazia, quando è il punto fisso della tua adulazione, ma nello smarrimento della sua tragica caduta… Beh, questo è qualcosa su cui riflettere.”

(Philip Roth – Pastorale americana)

…e non solo: si tratta di un esperimento esaltante. Esperimento perfettamente riuscito, venuto fuori dalla penna ispirata e attenta di Roth con una naturalezza ammaliante. Ripercorrendo una tradizione che affonda le proprie radici nei classici della tradizione americana, Philip dimostra di aver appreso alla perfezione la lezione di stile e semplicità impartita da maestri come Capote e Fante. Autore preciso e disincantato, dotato del naturale talento dell’affabulatore, scrive con facilità sbalorditiva e si lascia leggere con incredibile leggerezza. Le pagine dei suoi libri sono fiumi di inchiostro a basso attrito, autentiche piste da sci per gli amanti delle lettere. L’eroe di Pastorale Americana è Seymour Levov, un ebreo di Newark chiamato lo Svedese per l’aspetto imponente e i lineamenti nordici. Bello, ricco, intelligente, moralmente integro, pare rappresentare lo stereotipo perfetto del sogno americano: il capitano della squadra di football che sposa Miss New Jersey. Nathan Zuckerman, alter ego letterario di Roth, ne indaga la vita con lo sguardo attento dello scrittore di successo. Ma la realtà che scopre è ben diversa dal quadro idilliaco dipinto da giovane, nel tempo lontano in cui entrambi erano studenti. Così, pagina dopo pagina, la “pastorale americana” si inverte, viene smentita negli affetti, nel tempo, nella vita, per assumere il sapore beffardo della fiaba tradita. Il castello perfetto dello Svedese è una bolla inconsistente che scoppia sotto i suoi occhi increduli. Non basta un matrimonio riparatore per rimettere insieme i cocci della famiglia distrutta, dei valori negati, dei sentimenti devastati dalle vicende dolorose di un passato in cui si ritrova vittima e spettatore. La trama si salda con la storia degli stati uniti del dopoguerra, diviene tutt’uno con società e territorio, economia ed istinti. Dopo aver costruito e distrutto tutte le certezze, persino quelle suggerite dai legami di sangue, Roth pare contemplare il proprio eroe agonizzante e sussurrargli quietamente l’unica verità possibile, come Dio dopo la cacciata di Adamo dal paradiso terrestre. La conclusione di Seymour Levov, maturata durante una cena da incubo nella quale il destino gli presenta il conto salatissimo del suo unico errore (aver creduto nell’impossibile sogno di una felicità terrena), è banale ma terribile:

“Aveva visto che non discendiamo l’uno dall’altro, che solo in apparenza è così. Aveva visto come stanno le cose, oltre il numero quattro, fino a tutto ciò che non si può contare. L’ordine è minimo. Aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio.”

(Philip Roth – Pastorale americana)


cappella_sistina_peccato_originale
postato da: tolstoj76 alle ore 09:53 | Permalink | commenti (78)
categoria:
venerdì, 19 dicembre 2008
munch_urloIl patibolo

(Gennaio  2007)

Anche quella mattina, il patibolo aspettava in silenzio. Pareva una trappola pronta a scattare. Si trattava di una gelida pedana bianca, ampia quanto una grossa mattonella. Non c’erano botole, né cappi; né aghi per iniezioni letali o pali a cui essere legati. In alto, un piccolo display a tre cifre lasciava sfarfallare la luce sporca di un cursore intermittente. Federica era quasi completamente nuda. In reggiseno e mutandine, tremava per il freddo. Aveva gambe sottili, esili come fuscelli, e braccia smunte. Le vertebre sporgevano dalla schiena liscia disegnando sulla pelle una sagoma rugosa, simile alla lisca di qualche grosso pesce. Sugli uncini delle spalle pioveva la bioda paglia dei capelli.
Come un bagnante timoroso che tasti la temperatura delle acque, la ragazza allungava un piedino sulla superficie bianca, temendo chissà quale, incredibile reazione. Poi, prendeva un bel respiro e saliva risoluta. Le cifre del display vorticavano senza posa, sino a fermarsi impietosamente. “42”, leggeva tra le lacrime. Era ingrassata ancora. Non riusciva a crederci. Eppure, aveva seguito la dieta alla lettera: “colazione: due biscotti integrali ed una tazza di té senza zucchero; pranzo: insalata scondita e una mela; merenda: un bicchiere di yogurt; cena: trenta grammi di bresaola e due prugne”.
Con quali occhi avrebbe guardato il suo ragazzo? Lo aveva sorpreso, qualche sera prima, a scrutarle la pancia disgustato. Proprio non se la sentiva di dargli torto. Detestava quella striscia di grasso che languiva impietosamente sul ventre. Se chiudeva gli occhi la vedeva crescere a dismisura, su in alto, sino a diventare un muro, una rupe granitica che la isolava dal mondo. Ma i pantaloni a vita bassa avevano un prezzo pesante. Pretendevano un fisico impeccabile e Federica “doveva” essere “perfetta”.
Un rigurgito di acidità le feceva ricordare il vomito seguito alla colazione: era sicura di aver rimesso tutto? Provava l’istinto di ficcarsi nuovamente due dita in gola, di punirsi duramente per quell’infrazione intollerabile, commessa poche ore prima: maledetto biscotto! Un pugno di calorie lestissime a migrare sulla pancia gonfia. Una buona a nulla, ecco cos’era. Mancavano solo due mesi al suo compleanno. Doveva scendere sotto i quaranta prima della maggiore età. Solo allora sarebbe stata felice, si sarebbe sentita libera e in pace con se stessa. Finalmente avrebbe potuto smettere di tagliarsi, di punirsi per quelle abbuffate a base di cioccolata e dolciumi, consumate tra singhiozzi disperati e sensi di colpa incontrollabili. Dopo aver vomitato, le forbici la aspettavano sinistre, e così pure la bilancia. Quando riusciva a resistere al dolore, a non tremare sotto il peso delle ferite, lasciava che le gocce rosse si addensassero sul pavimento, sino a creare disegni misteriosi ed arcani, oscuri come viscere palpitanti nelle quali uno spietato aruspice osasse leggere il futuro.
Ogni tanto, un’ombra spaventevole incrinava i suoi pensieri, faceva trasparire il disegno perverso di un carnefice nella calma inquietante con cui spingeva se stessa al sacrificio. Forse avrebbe dovuto parlarne con qualcuno. Aveva sentito di psicologi che aiutavano le persone, e di dottori audaci pronti a salvare quelle come lei. Da chi o cosa, poi? “I medici servono solo ai malati”, si ripeteva testardamente. E lei non lo era. Stava bene, in fondo... voleva solo essere più magra. Desiderava che la gente s’accorgesse del suo dolore. Sperava di poter infilare i jeans taglia trentotto, regalo di un’amica maldestra. Ma soprattutto, sognava un po’ d’affetto, un principe delle fiabe che la baciasse teneramente.
Intanto, le lacrime scendevano silenziose, gonfiavano le palpebre e sfocavano i contorni delle cose. “42”: le cifre sbiadivano lentamente sino a confondersi in una panna nerastra. In un lampo, i sensi venivano meno e le gambe, cedendo al peso del corpo, precipitavano il capo minuto contro il lavandino. Il patibolo aveva fatto un’altra vittima.

Nota:
Quello qui sopra è il racconto con cui ho partecipato al “premio letterario panchina” (http://www.premioletterariopanchina.it/) tenutosi, nella sua prima edizione, lo scorso anno. Di recente, i lavori selezionati sono stati raccolti in un volume che rappresenta, a tutti gli effetti, la mia seconda pubblicazione (la prima è citata in un vecchio post di questo blog). Il premio è stato vinto, credo meritatamente, da un racconto originale e divertente intitolato “Tredici a tavola” e pubblicato su “Il resto del Carlino”.
 Parlare di bulimia o anoressia non è stato semplice, specie in uno spazio esiguo come i quattromila caratteri previsti per il testo. Mi sono proposto di trasmettere un messaggio forte, non a chi conosce e soffre di questi disturbi, ma alla gente comune, magari a quei genitori che ignorano di avere in casa una figlia con problemi alimentari. Ho fatto il possibile per gettare in faccia ai lettori la brutalità di una condizione umana il cui disagio trova fondamento in ragioni come l’incomprensione o la solitudine, ragioni comuni a tutti noi. La società in cui viviamo ha reso centrale la questione dell’immagine, generando stereotipi pesanti, spesso irragginugibili, e imprimendoli nella mente in modo così perfetto da costruire nefaste chimere. Donne con fisici da post olocausto sfilano, invidiatissime, per passerelle chilometriche piene di luci o calcano palchi di seguitissimi varietà televisivi, gli stessi in cui molte signorine normali (e non necessariamente cicciottelle) sognano di aggirarsi. La chiave per accedere a questo mondo fatato (ma lo è per davvero?), peggio ancora, la magia che vuole renderlo tale, pare essere un fisico asciutto. Diventare snelli significa tante cose: amori idilliaci, soldi facili, sesso e celebrità. Trovo doverosa almeno un’osservazione. Se la bellezza fosse un valore così diffuso, se significasse prevalentemente magrezza (nulla di più falso), se pure divenisse vitale raggiungere un modello estetico tanto discutibile, la società umana non potrebbe certo permettersi di mantere tutta questa gente che sfila, presenta, balla senza produrre nulla per se stessa né per gli altri. C’è solo una cosa peggiore di non condannare i modelli sbagliati ed è prenderli come esempio. Gli effetti sono davvero nefasti. Può succedere, per esempio, che le bilance divengano patiboli.

antologia_premio_panchina
postato da: tolstoj76 alle ore 08:58 | Permalink | commenti (69)
categoria:
lunedì, 03 novembre 2008
Georges_Lacombe_La_Baie_de_Saint-Jean_de_Luz
Charles_Théophile_Angrand_L
(Georges Seurat, Paul Signac e i neoimpressionisti, Milano: 10 ottobre 2008 - 25 gennaio 2009)
postato da: tolstoj76 alle ore 08:40 | Permalink | commenti (52)
categoria:
domenica, 05 ottobre 2008

magritte_lovers2

“(…) Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all’improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un’armatura, si dice, La moglie del medico ha i nervi d’acciaio e poi, in definitiva, la moglie del medico si scioglie in lacrime per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo, di un aggettivo, mere categorie grammaticali, mere designazioni…”

(José Saramago – Cecità)

… fragili appigli della mente, tenui ombre con cui gli uomini ritraggono se stessi, ma che in un mondo di ciechi assumono una connotazione diversa, come oggetti che si è costretti ad osservare da un’angolazione impensata, perché adesso la vita non è che sogno, ricordo confuso spazzato via da un morbo malvagio, annegato nel biancore abbagliante, universo apocalittico che eleva il discorso letterario ad esperimento sociologico, dove vedere diviene maledizione, colpa pesante come un marchio d’infamia, e “la moglie del medico” (protagonista senza nome) si ritrova costretta dal destino beffardo a sopportare la croce di un’originalissima santità, perché lei vede, miracolosamente, senza ragione, e, al modo dello scienziato che guarda dall’alto il labirinto in cui i topi corrono come pazzi, osserva impietosamente le miserie dei suoi simili sfuggiti al pudore della vista, esasperati dalla metamorfosi che ha reso tutti talpe, esseri alla deriva, infanti privati delle loro madri, prigionieri della culla dorata in cui si sentivano protetti, dove la città si muta in tomba e persino lo stile è costretto a piegarsi alle necessità di un universo senza immagini, di un mondo cianotico, claustrofobico, mefitico come il letame che insozza le strade, in cui i suoni si sciolgono in fiumi d’inchiostro, e la punteggiatura diviene di troppo, perché i fatti tengono per mano i pensieri in un girotondo delirante, in un periodare convulso, lungo quanto tutto il libro, che invade la carta pulita, luminosa e bianca come la cecità stessa, dove la religione è mito e profeti cenciosi annunciano apocalissi improvvisate, e dove un unico, immortale valore sopravvive tenacemente al dolore e alla miseria, se non altro per bocca dei protagonisti (che rifiutano di cedere agli istinti egoistici, facendo disperatamente quadrato), …

“La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti di più rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è un’invenzione dei filosofi del Quaternario, quando l’anima non era ancora che un progetto confuso. Con l’andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi generici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.”

(José Saramago – Cecità)

saramago

 

postato da: tolstoj76 alle ore 17:32 | Permalink | commenti (65)
categoria: