martedì, 02 giugno 2009

Henry_Miller“E quando mi mostrate un uomo che si esprima perfettamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae… Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi.”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

1934: Henry Miller enuncia il proprio concetto di arte. Lo fa con un’originalità che si nutre di storie semplici, inusuali ed oscene. In una Parigi quanto mai affollata da straccioni e falliti, si muovono uomini che vivono di espedienti e rifiutano la compostezza dei propri simili. Si tratta di individui sconfitti, delusi dalla religione, dalla politica, dalla morale e indifferenti a qualsiasi credo. Per le teorie “disfattiste” e la crudezza delle scene presentate, “Tropico del Cancro” viene additato dalla critica dell’epoca come ricettacolo insulso di episodi insignificati, assolutamente privi di gusto, grondanti di inutile pornografia: mosaico bizzarro di un’umanità grottesca e deviata. Ma alcuni intellettuali ne colgono la genialità e dietro la maschera sconcia di una prosa tanto sfacciata avvertono tutta la potenza di un messaggio artistico rivoluzionario. Miller supera in modernità molti autori convenzionali proclamando a gran voce la riscoperta di un personalissimo paganesimo innaffiato col siero amaro della sfiducia nel progresso:

“Una volta pensavo che essere umano fosse la maggior meta dell’uomo, ma oggi vedo che questo significava distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principi. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

Questo rifiuto di ogni sovrastruttura ribalta la posizione dell’uomo dinnanzi al mistero dell’esistenza, lo reintegra a pieno diritto in quel cosmo da cui ha tentato di estranearsi, rende immediatamente inutili le disquisizioni filosofiche che lo hanno torturato per secoli. E il canto dell’artista si mescola al fruscio del fiume, travolge ogni cosa, si veste dello stesso impeto:

“Il grande desiderio incestuoso è scorrere all’unisono col tempo, fondere la grande immagine dell’aldilà con quella dell’hic e nunc. Un desiderio fatuo, suicida, reso stitico dalle parole e paralizzato dal pensiero.”

(Henry Miller – Tropico del Cancro)

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mercoledì, 01 aprile 2009
prospektiva
estrattoNota:

Volevo ringraziare notterrante (http://notterrante.splinder.com) che mi ha segnalato la rivista e convinto a partecipare alla selezione.

E' possibile acquistare Prospektiva presso le librerie Feltrinelli o ordinarla direttamente via email a redazione@prospektiva.it.

Per maggiori informazioni: www.prospektiva.it.
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mercoledì, 11 marzo 2009
praga“Non vi è alcun dubbio [disse K.] che sotto tutte le manifestazioni di questo tribunale, nel caso mio dunque sotto l’arresto e l’odierna inchiesta si nasconde una grande organizzazione. Un’organizzazione che mantiene non soltanto custodi corruttibili, sciocchi ispettori e giudici i quali nel migliore dei casi sono modesti, ma impiega anche un gruppo di giudici di alto e altissimo grado con l’innumerevole e inevitabile seguito di uscieri, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, magari persino carnefici: non ho paura di questo vocabolo. E quale è signori miei lo scopo di questa vasta organizzazione? Consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata e per lo più, come nel mio caso, infruttuosa. Data questa assurdità, come sarà possibile evitare la più grave corruzione dei funzionari? Ciò è impossibile, non vi riuscirebbe nemmeno per se stesso il giudice supremo.”

(Franz Kafka – Il processo)

Secondo un vecchio lemma caro a tanti amanti dell’arte, l’opera di un autore andrebbe studiata prescindendo dalla sua biografia. Sono fondamentalmente d’accordo. Tuttavia, se dovessi individuare delle eccezioni, credo che Kafka sarebbe una di queste. Il trentenne che scrive “Il processo” è un individuo maturo ed intelligente. Figlio di un mercante di ceto medio, vive in una Praga caliginosa e cianotica, la stessa che si respira tra le lapidi del piccolo cimitero ebraico nel cuore della città vecchia. Si tratta di un genio profondamente incompreso, educato rigidamente, che ha maturato una profonda avversione per la figura del padre senza riuscire mai veramente ad opporsi alla sua volontà tirannica. Quest’uomo si ritrova ingabbiato dalla società umana organizzata che lo pone tra le fila ordinate ed omogenee dei suoi burocrati più inflessibili, e lo costringe, a dispetto del suo essere scrittore d’impressionate talento intenzionato ad abiurare a tutto (vita, sesso, amore) per l’arte, a redarre manuali tecnici in cui si parla di sicurezza sul lavoro e istruzioni relative all’uso dei macchinari. Un individuo così, cittadino di una metropoli caotica e multietnica (in cui si parlano due lingue “ufficiali”), realistico e pragmatico sino all’inverosimile, non può pronunciare parole di speranza, né fantasticare un futuro migliore. Kafka è troppo angosciato dal suo tempo per guardare in avanti. Si sente talmente prigioniero di una vita che odia, talmente inchiodato alla sua croce e privo della minima speranza d’evasione, da non poter far altro che raccontare se stesso e la propria cocente frustrazione. Lo fa con una pedanteria originalissima che scandisce tutte le fasi della sua opera di romanziere. Del resto, come trattare temi diversi quando si scorgono con perfetta chiarezza i pericoli cui è sottoposta la socità umana? Come distrarre la mente dalla freddezza di un racconto che segna un’epoca, quando questo presente di miseria viene ignorato da tutti e l’artista sente più di altri il dovere di mostrare ai propri simili la Verità? L’ingranaggio difettoso Kafka si dispera della propria originalità ma non smette di girare e svolgere con solerzia la propria funzione di burocrate se non quando la malattia lo colpisce prematuramente per condurlo alla morte. Nella tragedia personale che si rinnova con impietosa solerzia ogni mattina, quando si reca a fare un lavoro che odia, egli medita in continuazione sull’assurdità della propria condizione. Questo signore schivo e  misterioso vive un disagio fuori dal comune. La città, l’industrializzazione, l’efficientissima organizzazione dello stato gli imbrigliano l’anima costringendola ad un percorso forzato fatto di solitudine e dolore. Ognuno soffre in silenzio, dimenticato, circondato da individui che considera nemici. Per far comprendere una visione tanto dura, per narrarne le sfaccettature più complesse e pericolose, per renderla fruibile senza inorridire il lettore e riuscire a coinvolgerlo evitando di puntargli contro il dito accusatore della propria mente visionaria, Kafka inventa un genere letterario unico, come un musicista che, scontento delle composizioni classiche, ridefinisca le regole dalla propria forma espressiva. Le fiabe gotiche prodotte da questo fantasioso processo mentale sono semplici ed essenziali, ciniche e grottesche sino all’inverosimile. La realtà vissuta dall’autore viene riflessa attraverso uno specchio deformante che ne esaltà la bruttezza, le contraddizioni, gli incredibili tranelli. Così, per esempio, l’organizzazione misteriosa di cui si parla ne “Il processo” mantiene un esercito di burocrati e giudici col solo scopo di perseguitare ed uccidere persone innocenti come il protagonista della trama. Lo fa per erigere sovrastrutture intricate e disciplinare le vite dei cittadini. Si tratta, forse, di una perversa modernizzazione delle strategie di sopraffazione degli istinti individuali, ma a Franz questo non interessa più di tanto: il suo scopo non è indagare le cause del malessere ma additarne con precisione la natura. Nell’universo dei molteplici alter ego letterari di cui si compone una produzione convulsa e frammentata, non è difficile scorgere le angosce che abitano la mente di tutti. Ogni istituzione umana viene scarnificata con meticolosità e messa impietosamente a nudo. Non c’è nulla da salvare perché tutto è finto: religione, stato, affetti. La musa scelta dall’autore, dolce e spietata, è la propria vita: un essere sfuggente che viene rivoltato senza sosta con odio e risentimento. Temendo di non essere all’altezza del progetto di cui s’è invaghito, spinto da un’intima introversione e riservatezza, ma anche dalla naturale modestia degli esseri veramente fuori dal comune, Franz ha più volte dubitato di se stesso. Non deve essere stato facile per Max Brod tradire la promessa fatta all’amico sul letto di morte, quando con labbra consumate dall’arsura gli venne chiesto di distruggere tutti i manoscritti. Dobbiamo a questo coraggioso atto di infedeltà la conservazione del tesoro artistico di uno scrittore tanto affascinante che ha saputo cogliere i pericoli della modernità non esitando a citarsi d’esempio. Lo ha fatto in modo assolutamente personale, con estrema discrezione, ma con una decisione che gli ha permesso di vincere la propria battaglia. Peccato che sia scomparso senza essersene reso conto, ma pensando, anzi, il contrario.

franz_kafka
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martedì, 13 gennaio 2009
philip_roth“…condividere la gioia altrui, anche se solo in sogno, da adulto o da ragazzo, è una cosa impossibile, irrealizzabile sul piano psicologico se non sei uno scrittore, e sul piano estetico se lo sei. Invece, abbracciare il tuo eroe nella distruzione, lasciare che la vita del tuo eroe si sviluppi dentro di te quando tutto sta cercando di annientarlo, vederti vittima della sua sfortuna, coinvolgerti non nella sua noncurante supremazia, quando è il punto fisso della tua adulazione, ma nello smarrimento della sua tragica caduta… Beh, questo è qualcosa su cui riflettere.”

(Philip Roth – Pastorale americana)

…e non solo: si tratta di un esperimento esaltante. Esperimento perfettamente riuscito, venuto fuori dalla penna ispirata e attenta di Roth con una naturalezza ammaliante. Ripercorrendo una tradizione che affonda le proprie radici nei classici della tradizione americana, Philip dimostra di aver appreso alla perfezione la lezione di stile e semplicità impartita da maestri come Capote e Fante. Autore preciso e disincantato, dotato del naturale talento dell’affabulatore, scrive con facilità sbalorditiva e si lascia leggere con incredibile leggerezza. Le pagine dei suoi libri sono fiumi di inchiostro a basso attrito, autentiche piste da sci per gli amanti delle lettere. L’eroe di Pastorale Americana è Seymour Levov, un ebreo di Newark chiamato lo Svedese per l’aspetto imponente e i lineamenti nordici. Bello, ricco, intelligente, moralmente integro, pare rappresentare lo stereotipo perfetto del sogno americano: il capitano della squadra di football che sposa Miss New Jersey. Nathan Zuckerman, alter ego letterario di Roth, ne indaga la vita con lo sguardo attento dello scrittore di successo. Ma la realtà che scopre è ben diversa dal quadro idilliaco dipinto da giovane, nel tempo lontano in cui entrambi erano studenti. Così, pagina dopo pagina, la “pastorale americana” si inverte, viene smentita negli affetti, nel tempo, nella vita, per assumere il sapore beffardo della fiaba tradita. Il castello perfetto dello Svedese è una bolla inconsistente che scoppia sotto i suoi occhi increduli. Non basta un matrimonio riparatore per rimettere insieme i cocci della famiglia distrutta, dei valori negati, dei sentimenti devastati dalle vicende dolorose di un passato in cui si ritrova vittima e spettatore. La trama si salda con la storia degli stati uniti del dopoguerra, diviene tutt’uno con società e territorio, economia ed istinti. Dopo aver costruito e distrutto tutte le certezze, persino quelle suggerite dai legami di sangue, Roth pare contemplare il proprio eroe agonizzante e sussurrargli quietamente l’unica verità possibile, come Dio dopo la cacciata di Adamo dal paradiso terrestre. La conclusione di Seymour Levov, maturata durante una cena da incubo nella quale il destino gli presenta il conto salatissimo del suo unico errore (aver creduto nell’impossibile sogno di una felicità terrena), è banale ma terribile:

“Aveva visto che non discendiamo l’uno dall’altro, che solo in apparenza è così. Aveva visto come stanno le cose, oltre il numero quattro, fino a tutto ciò che non si può contare. L’ordine è minimo. Aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio.”

(Philip Roth – Pastorale americana)


cappella_sistina_peccato_originale
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venerdì, 19 dicembre 2008
munch_urloIl patibolo

(Gennaio  2007)

Anche quella mattina, il patibolo aspettava in silenzio. Pareva una trappola pronta a scattare. Si trattava di una gelida pedana bianca, ampia quanto una grossa mattonella. Non c’erano botole, né cappi; né aghi per iniezioni letali o pali a cui essere legati. In alto, un piccolo display a tre cifre lasciava sfarfallare la luce sporca di un cursore intermittente. Federica era quasi completamente nuda. In reggiseno e mutandine, tremava per il freddo. Aveva gambe sottili, esili come fuscelli, e braccia smunte. Le vertebre sporgevano dalla schiena liscia disegnando sulla pelle una sagoma rugosa, simile alla lisca di qualche grosso pesce. Sugli uncini delle spalle pioveva la bioda paglia dei capelli.
Come un bagnante timoroso che tasti la temperatura delle acque, la ragazza allungava un piedino sulla superficie bianca, temendo chissà quale, incredibile reazione. Poi, prendeva un bel respiro e saliva risoluta. Le cifre del display vorticavano senza posa, sino a fermarsi impietosamente. “42”, leggeva tra le lacrime. Era ingrassata ancora. Non riusciva a crederci. Eppure, aveva seguito la dieta alla lettera: “colazione: due biscotti integrali ed una tazza di té senza zucchero; pranzo: insalata scondita e una mela; merenda: un bicchiere di yogurt; cena: trenta grammi di bresaola e due prugne”.
Con quali occhi avrebbe guardato il suo ragazzo? Lo aveva sorpreso, qualche sera prima, a scrutarle la pancia disgustato. Proprio non se la sentiva di dargli torto. Detestava quella striscia di grasso che languiva impietosamente sul ventre. Se chiudeva gli occhi la vedeva crescere a dismisura, su in alto, sino a diventare un muro, una rupe granitica che la isolava dal mondo. Ma i pantaloni a vita bassa avevano un prezzo pesante. Pretendevano un fisico impeccabile e Federica “doveva” essere “perfetta”.
Un rigurgito di acidità le feceva ricordare il vomito seguito alla colazione: era sicura di aver rimesso tutto? Provava l’istinto di ficcarsi nuovamente due dita in gola, di punirsi duramente per quell’infrazione intollerabile, commessa poche ore prima: maledetto biscotto! Un pugno di calorie lestissime a migrare sulla pancia gonfia. Una buona a nulla, ecco cos’era. Mancavano solo due mesi al suo compleanno. Doveva scendere sotto i quaranta prima della maggiore età. Solo allora sarebbe stata felice, si sarebbe sentita libera e in pace con se stessa. Finalmente avrebbe potuto smettere di tagliarsi, di punirsi per quelle abbuffate a base di cioccolata e dolciumi, consumate tra singhiozzi disperati e sensi di colpa incontrollabili. Dopo aver vomitato, le forbici la aspettavano sinistre, e così pure la bilancia. Quando riusciva a resistere al dolore, a non tremare sotto il peso delle ferite, lasciava che le gocce rosse si addensassero sul pavimento, sino a creare disegni misteriosi ed arcani, oscuri come viscere palpitanti nelle quali uno spietato aruspice osasse leggere il futuro.
Ogni tanto, un’ombra spaventevole incrinava i suoi pensieri, faceva trasparire il disegno perverso di un carnefice nella calma inquietante con cui spingeva se stessa al sacrificio. Forse avrebbe dovuto parlarne con qualcuno. Aveva sentito di psicologi che aiutavano le persone, e di dottori audaci pronti a salvare quelle come lei. Da chi o cosa, poi? “I medici servono solo ai malati”, si ripeteva testardamente. E lei non lo era. Stava bene, in fondo... voleva solo essere più magra. Desiderava che la gente s’accorgesse del suo dolore. Sperava di poter infilare i jeans taglia trentotto, regalo di un’amica maldestra. Ma soprattutto, sognava un po’ d’affetto, un principe delle fiabe che la baciasse teneramente.
Intanto, le lacrime scendevano silenziose, gonfiavano le palpebre e sfocavano i contorni delle cose. “42”: le cifre sbiadivano lentamente sino a confondersi in una panna nerastra. In un lampo, i sensi venivano meno e le gambe, cedendo al peso del corpo, precipitavano il capo minuto contro il lavandino. Il patibolo aveva fatto un’altra vittima.

Nota:
Quello qui sopra è il racconto con cui ho partecipato al “premio letterario panchina” (http://www.premioletterariopanchina.it/) tenutosi, nella sua prima edizione, lo scorso anno. Di recente, i lavori selezionati sono stati raccolti in un volume che rappresenta, a tutti gli effetti, la mia seconda pubblicazione (la prima è citata in un vecchio post di questo blog). Il premio è stato vinto, credo meritatamente, da un racconto originale e divertente intitolato “Tredici a tavola” e pubblicato su “Il resto del Carlino”.
 Parlare di bulimia o anoressia non è stato semplice, specie in uno spazio esiguo come i quattromila caratteri previsti per il testo. Mi sono proposto di trasmettere un messaggio forte, non a chi conosce e soffre di questi disturbi, ma alla gente comune, magari a quei genitori che ignorano di avere in casa una figlia con problemi alimentari. Ho fatto il possibile per gettare in faccia ai lettori la brutalità di una condizione umana il cui disagio trova fondamento in ragioni come l’incomprensione o la solitudine, ragioni comuni a tutti noi. La società in cui viviamo ha reso centrale la questione dell’immagine, generando stereotipi pesanti, spesso irragginugibili, e imprimendoli nella mente in modo così perfetto da costruire nefaste chimere. Donne con fisici da post olocausto sfilano, invidiatissime, per passerelle chilometriche piene di luci o calcano palchi di seguitissimi varietà televisivi, gli stessi in cui molte signorine normali (e non necessariamente cicciottelle) sognano di aggirarsi. La chiave per accedere a questo mondo fatato (ma lo è per davvero?), peggio ancora, la magia che vuole renderlo tale, pare essere un fisico asciutto. Diventare snelli significa tante cose: amori idilliaci, soldi facili, sesso e celebrità. Trovo doverosa almeno un’osservazione. Se la bellezza fosse un valore così diffuso, se significasse prevalentemente magrezza (nulla di più falso), se pure divenisse vitale raggiungere un modello estetico tanto discutibile, la società umana non potrebbe certo permettersi di mantere tutta questa gente che sfila, presenta, balla senza produrre nulla per se stessa né per gli altri. C’è solo una cosa peggiore di non condannare i modelli sbagliati ed è prenderli come esempio. Gli effetti sono davvero nefasti. Può succedere, per esempio, che le bilance divengano patiboli.

antologia_premio_panchina
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lunedì, 03 novembre 2008
Georges_Lacombe_La_Baie_de_Saint-Jean_de_Luz
Charles_Théophile_Angrand_L
(Georges Seurat, Paul Signac e i neoimpressionisti, Milano: 10 ottobre 2008 - 25 gennaio 2009)
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domenica, 05 ottobre 2008

magritte_lovers2

“(…) Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all’improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un’armatura, si dice, La moglie del medico ha i nervi d’acciaio e poi, in definitiva, la moglie del medico si scioglie in lacrime per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo, di un aggettivo, mere categorie grammaticali, mere designazioni…”

(José Saramago – Cecità)

… fragili appigli della mente, tenui ombre con cui gli uomini ritraggono se stessi, ma che in un mondo di ciechi assumono una connotazione diversa, come oggetti che si è costretti ad osservare da un’angolazione impensata, perché adesso la vita non è che sogno, ricordo confuso spazzato via da un morbo malvagio, annegato nel biancore abbagliante, universo apocalittico che eleva il discorso letterario ad esperimento sociologico, dove vedere diviene maledizione, colpa pesante come un marchio d’infamia, e “la moglie del medico” (protagonista senza nome) si ritrova costretta dal destino beffardo a sopportare la croce di un’originalissima santità, perché lei vede, miracolosamente, senza ragione, e, al modo dello scienziato che guarda dall’alto il labirinto in cui i topi corrono come pazzi, osserva impietosamente le miserie dei suoi simili sfuggiti al pudore della vista, esasperati dalla metamorfosi che ha reso tutti talpe, esseri alla deriva, infanti privati delle loro madri, prigionieri della culla dorata in cui si sentivano protetti, dove la città si muta in tomba e persino lo stile è costretto a piegarsi alle necessità di un universo senza immagini, di un mondo cianotico, claustrofobico, mefitico come il letame che insozza le strade, in cui i suoni si sciolgono in fiumi d’inchiostro, e la punteggiatura diviene di troppo, perché i fatti tengono per mano i pensieri in un girotondo delirante, in un periodare convulso, lungo quanto tutto il libro, che invade la carta pulita, luminosa e bianca come la cecità stessa, dove la religione è mito e profeti cenciosi annunciano apocalissi improvvisate, e dove un unico, immortale valore sopravvive tenacemente al dolore e alla miseria, se non altro per bocca dei protagonisti (che rifiutano di cedere agli istinti egoistici, facendo disperatamente quadrato), …

“La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti di più rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è un’invenzione dei filosofi del Quaternario, quando l’anima non era ancora che un progetto confuso. Con l’andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi generici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.”

(José Saramago – Cecità)

saramago

 

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lunedì, 04 agosto 2008
Hrabal“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri siano miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, poiché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”

(Bohumil Hrabal – Una solitudine troppo rumorosa)

Nota:
Bohumil Hrabal, scrittore ceco vissuto tra il 1914 e il 1997, fu una personalità decisamente originale: grande bevitore e uomo assolutamente “comune”, sfuggì la notorietà e potè dedicarsi alla scrittura solo molto tardi. Fece mille mestieri: fu magazziniere, operaio in una fabbrica di birra, copista presso lo studio di un notaio, manovratore e capostazione ferroviario, telegrafista, agente assicurativo, metalmeccanico. Fra questi, anche imballatore di carta da macero. Probabilmente da tale esperienza nacque “Una solitudine troppo rumorosa”, poemetto in prosa che fa della lingua di strada lo strumento più naturale di un istintivo lirismo. Il protagonista del romanzo salva volumi pregiati dalla distruzione, si impossessa di tesori di cui qualcuno ha incredibilmente deciso di disfarsi. Attraverso la sua voce, l’autore canta la propria passione per la letteratura con la commovente tenerezza di un bambino attaccato al sogno pericoloso ed ammaliante di un’elitaria religione di cellulosa, quel codice di regole mai scritto che è noto solo a tutti i veri cultori dell’Arte. Bohumil si droga di frasi che “succhia come caramelle” e pesca qua e là negli adorati classici del pensiero di sempre. Allo stesso modo, l’io narrante del libro si ritrova a traboccare di mille pensieri, impossibile dire se propri o altrui. Esperienza, questa, comune ai veri innamorati della scrittura che eleva la ristretta cerchia dei lettori “autentici” dalla massa rumorosa e cieca degli spettatori occasionali, quelli da “libro dell’estate”, o da “non riuscivo a staccare gli occhi dalle pagine”. Del resto, per ascoltare un lamento ci vogliono orecchie pronte a sanguinare, senza paura né dolore, ma con grazia e coraggio. La “solitudine” di Hrabal, triste e misteriosa come un mantra, impossibile da definire, è voce sporca, da scoprire uscendo dal coro, suono lesto ad inebriare di stonature. Qui si canta l’uomo dei confini, delle verità scomode, dei vizi che si mescolano alle virtù. Che le parole non siano sufficienti pare avere poca importanza, il trauma dei tempi e del loro avvicendarsi esige uno sforzo profondo e un pizzico di anestetico, magari proprio una caramella di carta.

Ecco come ho sempre immaginato il mio blog: un sacchetto pieno di caramelle da succhiare a disposizione di tutti i golosi di parole. Approfitto di questo post per “celebrare” i suoi due anni di vita. Spero di avere offerto ai passanti spunti di un qualche interesse. Buona lettura!
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categoria:hrabal
martedì, 24 giugno 2008
Bacon_Freud“La cosa peggiore era la sua profonda convinzione [della madre del Narratore] di avere commesso un errore catastrofico, mentre, se fosse andata contro il proprio istinto, non avrebbe avuto meno ragione di deplorare ciò che aveva fatto. Per il bambino che la vedeva sbatacchiata di qua e di là dalla più angosciosa confusione (e che era lui stesso tremante di paura) tutto si riduceva alla scoperta che uno non poteva fare niente di giusto senza fare anche qualcosa di sbagliato, di così sbagliato, anzi, che soprattutto dove regnava il caos e ogni cosa era in gioco sarebbe stato meglio aspettare e non far nulla – solo che anche non far nulla voleva dire fare qualcosa… in quelle circostanze non far nulla significava fare molto – e che anche per la madre che ogni giorno assolveva i suoi doveri nella metodica opposizione all’indocile flusso della vita non c’era alcun sistema per venire a capo di un così funesto imbroglio.”

(Philip Roth – Il complotto contro l’America)


Nota:
Nell’insidioso labirinto dei se in cui si dimena l’esistenza umana ci districhiamo come pesci strappati al ventre degli oceani. Un’agonia cieca e oscura guida azioni che, col senno di poi, non ci spieghiamo. Obbediamo a voci la cui promessa stordisce e confonde, voci che seguiamo con ostinazione, mettendo in gioco tutto… o niente… eppure, suggerisce Roth, anche questo niente è qualcosa. Il cambiamento, quando arriva, si presenta, quasi sempre, sotto forma di evento inaspettato e sortisce risultati imponderabili. Nell’intrico di un imbroglio tanto funesto l’unica cosa che ci è dato decidere pare essere il “modo” in cui affrontare fatti che ci sovrastano, qualcosa di simile all’atteggiamento con cui il condannato a morte è costretto ad avviarsi verso il patibolo. Resta un'unica, misteriosissima scelta, per altro mai definitiva: amare o odiare?
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categoria:america, roth
giovedì, 05 giugno 2008
CarloLevi_autoritratto"Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell'inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli."

(Carlo Levi - Cristo si è fermato ad Eboli)

Nota:
Pubblicato nel 1945, "Cristo si è fermato ad Eboli" venne scritto circa dieci anni prima, in giorni in cui, invaghita dal sogno imperialista, l'Italia fascista aggrediva l'Etiopia. Il romanzo è il racconto autobiografico del soggiorno in Basilicata dell'autore, condannato al confino per essersi opposto al regime e spedito nella prigione fuori dal tempo del Mezzogiorno. Se l'uomo Levi si scontra con una realtà dolorosa e insospettata, sospesa in una dimensione irreale (fuori dalla Storia, dalla civiltà e persino dalla religione), l'artista non può esimersi dal raccontare una vita tanto lontana da quella borghese cui era abituato. Ne viene fuori un ritratto preciso ed angosciante, che pone alla ribalta la questione della civiltà contadina. Al lettore vengono presentati uomini semplici e rozzi, costretti a subire gli eventi, i governi, le stagioni, la cui impotenza è sintomo di una rassegnazione genetica, di una malattia ereditaria, letale come la malaria che infesta le campagne. In un contesto tanto ostico, Levi assume, senza volerlo, il ruolo di benefattore indiscusso: medico deciso a non esercitare, si trova continuamente chiamato in causa dalla necessità sino a suscitare il risentimento dei vecchi dottori autoctoni, i quali usano la medicina come stregoni, trasformandola in uno strumento di potere. Nel libro, la metafora particolare di un mondo tanto dimenticato si trasforma in esempio di umanità indiscussa, in racconto epico e necessario. Appaiono lontani gli eroi di Silone, i cafoni che acquisiscono coscienza civica lottando sino alla morte per un impossibile riscatto. E la rassegnazione diviene scudo, corazza, strumento di difesa, guscio nel quale incitarsi. Il meridione di Levi non è il meridione dell'Italia fascista, piuttosto quello di sempre. "Cristo si è fermato ad Eboli" costituisce un mirabile esempio, per dirla con Sartre, "di una vita che si singolarizza, avida di gustare tutte le altre vite, e di una universalità strutturata del vissuto che si totalizza soltanto nelle vite particolari".
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