"In un Dio creatore, in un Dio che punisce, che premia e che ha stabilito molti e svariati comandamenti che variano a seconda delle diverse confessioni, e che ha compiuto in vari luoghi molti e sorprendenti prodigi, in un Dio simile gli uomini accettano di credere – malgrado le palesi obiezioni della loro ragione e le ancor più forti obiezioni del loro sentimento che non può conciliarsi all’idea d’un Dio che ammette azioni contrarie all’amore. E accettano di credervi soltanto perché credono a una tradizione consacrata dal tempo: ma in tal modo credono soltanto ad altri uomini, e non a Dio, e perciò non lo conoscono. In un Dio, invece, che non crea, che non punisce, ma che fa sempre e soltanto del bene agli uomini, e che non ha istituito molti comandamenti che variano da popolo a popolo, ma ha stabilito – e non a parole ma coi fatti – un comandamento unico per tutti i tempi e tutti i popoli, il comandamento dell’amore, e non ha compiuto, per convincere gli uomini della propria esistenza, svariati e strani miracoli, e ne compie bensì incessantemente uno solo, che è altresì il più sorprendente e il più benefico, ed è il suo manifestarsi nell’anima di ciascun uomo: in questo Dio è impossibile non credere.”(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)
Individuato il vero oggetto della fede e smascherate le menzogne delle molteplici religioni, a Tolstoj non resta che trarre le immediate conseguenze:
“Basterebbe che gli uomini credessero alla necessità di adempiere all’unico comandamento dell’Amore, così come essi credono oggi alla necessità di compiere questi o quei sacramenti, queste o quelle preghiere; basterebbe che così come credono oggi alla necessità delle loro scritture, dei loro templi, delle raffigurazioni incise sui calici, essi credessero che esiste al mondo un solo santuario indubitabile, l’uomo, e che l’unica cosa che l’uomo non può e non deve profanare e offendere sia ancora e sempre l’uomo stesso, il portatore del principio divino, e diverrebbero impossibili non soltanto le esecuzioni capitali e le guerre ma anche tutte le violenze che l’uomo può fare all’uomo.”
(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)
Da questo sforzo di unificazione, è possibile estrarre un denominatore comune: la risposta che unifica la metafisica e distrugge le chiese. E lo fa senza eccezioni, prendendo in simpatia il Cristianesimo per la semplice ragione che più chiaramente di altri spiega la verità. Questa verità è essenziale ed incontrovertibile, e si traduce in un unico comandamento: l’Amore. Il più importante e difficile da accettare perché comporta una rivoluzione tanto profonda e radicale da spaventare non solo coloro che fanno parte dell’esigua minoranza cui si affidano le masse ma le stesse vittime dell’ineguale ditribuzione del benessere che caratterizza tutte le culture. Se l’Amore si insediasse davvero nel cuore degli uomini:
“Sarebbe vergogna esser ricchi, sarebbe vergogna non dico far guerre ma persino considerare nemici gli uomini di un altro popolo. E vi sarebbe invece tra gli uomini la chiara consapevolezza di quello che essi non debbono fare, e non potrebbe più continuare quella vita bestiale, contraria sia alla ragione che al sentimento, nella quale viviamo oggi…”
(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)
Eppure le chiese, tutte, senza eccezione, non soltanto tacciono sull’impari condizione della società, ma ne diventano persino corresponsabili, contribuendo anzi a dividere i popoli in gruppi contrapposti e ostili. Esse si appellano alla necessità di semplificare lo sforzo che Dio chiede a ciascun uomo e fanno leva sulla più scontata delle obiezioni:
“…adempiere a tale comandamento [quello dell’Amore] così come esige la dottrina del Vangelo è del tutto impossibile per l’uomo: dicono gli uomini che professano le molte fedi e i molti comandamenti istituiti dalla chiesa. (…) Ma questo ragionamento, fondato sull’affermazione che sia impossibile adempiere pienamente al comandamento dell’Amore, giacchè esso esige la rinuncia alla vita stessa, e che sia invece indispensabile riconoscere, accanto a questo, altri comandamenti ai quali è invece possibile adempiere in modo da piacere a Dio, questo ragionamento non è soltanto del tutto sbagliato, ma è altresì assolutamente ingannevole.
La dottrina cristiana non esige e non può esigere dall’uomo un’impossibile rinuncia totale alla propia vita corporea; essa si limita ad indicare agli uomini quell’ideale supremo al quale è del tutto naturale che essi anelino…”
(Lev Tolstoj – L’unico comandamento)
Se religione deve essere, se questo horror vacui che dilania l’anima è qualcosa al quale proprio non si riesce a resistere come accade a Tolstoj, diventa stupido stordirsi con sciocche superstizioni ed è necessario radicalizzare il modo di intendere il rapporto con Dio, liberandolo dalle frottole degli uomini. Perché questo processo doloroso non è soltanto la via per trovare conforto metafisico alla paura del nulla, ma anche l’unica regola pratica per vivere al meglio. La geometria di un tale ragionamento ha un duplice scopo: indicare la direzione più saggia e convincere chi scrive che ne esiste realmente una. Si tratta di sciogliere il dilemma della fine nell’unico modo possibile, convertendo l’energia distruttiva di una risposta agghiacciante in quella costruttiva di un'umanità che abbraccia l’utopia. Probabilmente, tale speranza lasciava Tolstoj più sereno dinnanzi a quella morte che avrebbe allontanato da sé ad ogni costo e che sentiva sempre più vicina componendo, ormai ottantenne, i suoi saggi brevi di carattere religioso, politico, sociologico. Perché rinunciare al mondo prima di scomparire diveniva il modo migliore per prepararsi al trapasso. E se questa rinuncia imponeva di ripudiare persino ciò che aveva dato senso a tutta la propia esistenza (l’esistenza di un nichilista), cioè la letteratura, non restava altra scelta che compiere tale passo. La battaglia ideologica che oppone Tolstoj con coraggio da martire a tutte le istituzioni del tempo: chiesa, stato, scienza, è forse l’unica via per scontare la propria colpa più grande: non riuscire a smettere di essere aristocratico e rinunciare ai privilegi ereditati ingiustamente in quanto rampollo di un’antichissima stirpe di conti. Una condizione dunque che egli non si è scelto ma di cui ha approfittato da sempre e che l’unica fede impone di abbandonare come la tradizione bigotta che ipnotizza gli uomini. Così muore uno dei più grandi scrittori della storia, quasi che Dio venga a trarlo d’impaccio, a liberarlo dall’allucinante ragnatela mentale nella quale egli stesso si è precipitato, regalando ai posteri l’esempio più conflittuale e devastante della condizione umana e raggiungendo, forse, il fine estetico supremo, l’assunzione perfetta della propria vita ad opera d’arte. Non sarà certamente l’immortalità tanto agoniata, ma sfido chiunque a fare di meglio.









“… si nasce con uno strumento, il sistema nervoso, che permette di entrare in contatto con l’ambiente umano circostante, e tale strumento è in origine molto simile a quello del vicino. A questo punto sembra utile conoscere le regole che stabiliscono le strutture sociali nelle quali l’insieme dei sistemi nervosi degli uomini di un’epoca, temporanei eredi degli automatismi culturali di coloro che li hanno preceduti, imprigionano il bambino fin dalla nascita, lasciando a sua disposizione solo un armadio pieno zeppo di giudizi di valore. Acquisita tale conoscenza, sia pure imperfetta, ogni uomo saprà esprimere un’unica motivazione, quella di rimanere normale. Normale non rispetto alla maggioranza che, sottomessa inconsciamente a giudizi di valore con finalità sociologica, è costituita da individui perfettamente anormali rispetto a se stessi. Rimanere normali è, prima di tutto, rimanere normali rispetto a se stessi. Per questo occorre mantenere la possibilità di agire secondo le pulsioni, trasformate dall’esperienza socio culturale, rimessa costantemente in causa dall’immaginazione e dalla creatività. Ora lo spazio in cui si compie questa azione è occupato anche dagli altri. Bisognerà evitare lo scontro perché da esso scaturirà per forza una scala gerarchica di dominanza che ha poche probabilità di soddisfare, in quanto aliena il proprio desiderio al desiderio altrui. D’altra parte, sottomettersi vuol dire accettare, con la sottomissione, la patologia psicosomatica che deriva necessariamente dall’impossibilità di agire secondo le pulsioni. Ribellarsi significa rovinarsi con le proprie mani, perché la ribellione, se attuata da un gruppo, ricostituisce subito una scala gerarchica di sottomissione all’interno del gruppo, e la ribellione solitaria porta rapidamente alla soppressione del ribelle da parte della generalità anormale che si crede detentrice della normalità. Non rimane che la fuga.
Henri Laborit è stato un biologo, filosofo ed etologo francese. Il suo lavoro sul condizionamento è alla base del film Mon oncle d’Amérique diretto da Alain Resnais nel 1980. La trama narra di tre esistenze che si intrecciano e le cui dinamiche vengo spiegate dallo stesso Laborit attraverso interventi frapposti alle scene. La lettura del comportamento umano in chiave meccanicistica ha sollevato polemiche ed è stata considerata da qualcuno un esercizio di puro scientismo ma è innegabile come si adatti perfettamente a molti fatti dell’esistenza. Cinismo e pragmatismo possono indurre conclusioni poco confortanti e una visione della vita talmente priva di appigli da lasciare svuotati. Ma chi dice che trastullarsi con probabili menzogne non sia ancora più pericoloso? In “Elogio della fuga” vengono sviscerate tutte le sfaccettature della condizione umana e si analizzano questioni sociologiche e comportamentali con una lucidità che lascia esterrefatti. Il libro propone anche un breve viaggio nella storia dei viventi: dal comportamento primitivo degli animali sino alle sovrastrutture più elaborate del pensiero, prodotto della corteccia associativa. La genialità di Laborit sta, probabilmente, nel tenere sempre ben presenti le fondamenta della “cattedrale eretta nel tempo dal sistema nervoso”, ossia quel luogo da cui si diramano gli imperativi, chiamati pulsioni, che, malgrado tutto, regolano la vita. Avere il coraggio di guardarsi dentro senza paura, di liberarsi dai condizionamenti propinati dalla propria socio-cultura di appartenenza e di smettere di mentire a se stessi nel misero intento di soddisfare un patetico narcisismo è la base più solida sulla quale costruire l’individuo, qualunque sia la direzione verso cui si intenda puntare. Del resto, l’esortazione di fondo del libro è meravigliosa nella sua essenzialità: date sfogo alla fantasia, ossia alla capacità più strabiliante del cervello umano; mettete l’esistenza al servizio della specie per produrre un’eredità che è l’unica speranza d’immortalità: il contributo originale che testimoni ciò che siete stati nel pensiero di coloro che proseguiranno la staffetta del tempo. Laborit c’è riuscito, ha lasciato il proprio contributo originale.
“E quando mi mostrate un uomo che si esprima perfettamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae… Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi.”
Nota:
“Non vi è alcun dubbio [disse K.] che sotto tutte le manifestazioni di questo tribunale, nel caso mio dunque sotto l’arresto e l’odierna inchiesta si nasconde una grande organizzazione. Un’organizzazione che mantiene non soltanto custodi corruttibili, sciocchi ispettori e giudici i quali nel migliore dei casi sono modesti, ma impiega anche un gruppo di giudici di alto e altissimo grado con l’innumerevole e inevitabile seguito di uscieri, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, magari persino carnefici: non ho paura di questo vocabolo. E quale è signori miei lo scopo di questa vasta organizzazione? Consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata e per lo più, come nel mio caso, infruttuosa. Data questa assurdità, come sarà possibile evitare la più grave corruzione dei funzionari? Ciò è impossibile, non vi riuscirebbe nemmeno per se stesso il giudice supremo.”
“…condividere la gioia altrui, anche se solo in sogno, da adulto o da ragazzo, è una cosa impossibile, irrealizzabile sul piano psicologico se non sei uno scrittore, e sul piano estetico se lo sei. Invece, abbracciare il tuo eroe nella distruzione, lasciare che la vita del tuo eroe si sviluppi dentro di te quando tutto sta cercando di annientarlo, vederti vittima della sua sfortuna, coinvolgerti non nella sua noncurante supremazia, quando è il punto fisso della tua adulazione, ma nello smarrimento della sua tragica caduta… Beh, questo è qualcosa su cui riflettere.”
Il patibolo



